Giochi «ringhistici» .. perché il professional wrestling è il gioco per eccellenza

Giochi «ringhistici» .. perché il professional wrestling è il gioco per eccellenza

Già da molto tempo nel cosiddetto wrestling web si è soliti intraprendere periodicamente confronti serrati con tutto ciò che a questo ambito non appartiene strettamente ma che ha con esso tali rapporti e tali somiglianze da apparire interessante per un confronto. A voler essere sinceri, è stata spesso la necessità della polemica a determinare cio’. Quante volte non si è sentito rimproverare al solito ipocrita da tubo catodico : « ma prima di criticare il wrestling, guarda ai reality che conduci ! » oppure ribattere a un odioso teleimbecille « ma perché i calciatori… » (argomento notoriamente  infallibile) ? Intraprendendo una campagna apologetica, seppur presto rivelatasi persa in partenza, contro un certo ambito televisivo che, almeno a nostro parere, dava un’immagine distorta della disciplina, siamo stati costretti a cercare di dare del wrestling un’immagine quanto piu’ obiettiva. Era ovviamente impossibile non servirsi di una qualche pietra di paragone : e infatti si è visto di tutto. Anche molte citazioni del tutto disinteressate. Apro a caso l’ultimo editoriale nella homepage, tra l’altro eccellente, e cado subito su frasi come questa : « In Kurt Angle rivedo il pilota di formula 1 che vince sette titoli mondiali e viene tacciato di presunzione solo perché sa di essere il migliore, quello contro cui gli esordienti si scagliano con grande arroganza, ricevendo già al primo mezzo sorpasso notorietà e ovazioni. » (TNA: The Line Is Crossed #3 ). L’immagine ha un profondo senso morale ma non riesco a non immaginare, leggendo queste parole, Kurt Angle in versione ferrarista, nel suo abitacolo, che grida via radio « with a broken freakin’ neck ! ». Me ne scuso sinceramente. Guardo invece a quello che sta immediatamente di sotto e trovo una recensione di un film dell’l’uomo ragno, nella quale compare Randy Savage. I vari recensori non hanno infatti mai avuto bisogno di aspettare le polemiche per agire. I loro articoli non mancano mai di stupirmi. Se a un jobber locale di una puntata di RAW del ’99 in Winsconsin fosse dato di attraversare la strada a Time Square insieme a qualche altra dozzina di comparse, in una di quelle pellicole di serie B che venivano distribuite unicamente videocassetta, potete stare ben certi che i nostri esperti verranno a saperlo. Lo stesso vale per i libri e per molto altro. Non penso di suscitare entusiasmi dicendo che qualcuno ha di nuovo deciso di uscire dagli angusti confini dei problemi specialistici. Siamo passabilmente abituati a questo genere di cose. La particolarità di “Giochi ringhistici” di Andrea Corona, tuttavia, è che esso abbandona totalmente i vecchi schemi nei quali eravamo soliti affrontare il problema. Non si tratta più, infatti, per questo coraggioso autore di giudicare il wrestling sotto il profilo dell’opinione pubblica, della televisione e di altri prodotti di massa ma di affrontarlo dal punto di vista della filosofia e delle scienze umane. La posta in gioco per lui era alta. Come poteva avvicinare nello stesso tempo i professori di filosofia al wrestling e i giovani tifosi di wrestling a Ludwig Wittgenstein, egli rischiava con eguale probabilità di ottenere il disinteresse sia degli uni che degli altri. Le prime domande che vi devono venire alla testa saranno all’incirca : Come è andata ? E’ egli alla fine riuscito nel suo intento ? Impossibile dirlo con certezza, ora come ora. Da parte nostra, speravamo di istruirci e lo abbiamo fatto. Ma ovviamente il nostro compito è un altro. Si tratta di dare alla sua opera uno sguardo generale, analizzarne alcune parti chiave e formulare su questa base una critica e magari qualche nostro consiglio.

Ora, io e l’autore non abbiamo affatto la stessa opinione sul wrestling, cosa che ha reso la lettura per me decisamente piu’ piacevole che se ci avessi trovato tutte idee anche mie. Non so nemmeno se siano compatibili, ma questo credo che lo scopriremo in seguito. Dal cambiamento di vedute di cui ho parlato non molto tempo fa ho scritto solo un commento a R.Barthes, nel quale mi ero limitato a brontolare senza poi dire molto di mio. Adesso pero’ è venuto il momento di giocare a carte scoperte. L’asse della mia critica a « Giochi Ringhistici » prende di conseguenza le mosse da un autore che apprezzo particolarmente, il fenomenologo Maurice Merleau-Ponty e in particolare ho qui sott’occhio la «Fenomenologia della percezione » (1945)  e la conferenza – di cui caldeggio ampiamente uno studio da parte dell’autore- « Le cinéma et la nouvelle psychologie » , contenuta in « Sens et non-sens » ( 1966) . Che cosa vuol dire ? Il rimprovero che gli faremo é principalmente di aver fornito una teoria intellettualistica. Chi non é esperto di questa filosofia sarà forse pronto a sentirvi un rimprovero per il suo troppo filosofeggiare astratto. Invece non é il fatto di riflettere sul wrestling che critichiamo ma il fatto di dare alle riflessioni e alle congetture troppa importanza – io sarei pronto a non dargliela del tutto- per quel che riguarda il momento stesso della visione del wrestling. B.Croce, per capirci, non criticava il ragionamento « sulla poesia » ma piuttosto l’idea del ragionamento « nella » poesia. Non sono convinto neppure che la Lotta Americana abbia in se qualcosa d’importante da insegnare alla filosofia o comunque da mettersi immediatamente sul piano filosofico. Non penso che mai i sociologici dovranno restare svegli la notte, esclamando “ah, come spiegare questo misterioso wrestling ?”. Si parla spesso delle cose di cui trattano i filosofi o gli scienziati come se avessero una speciale proprietà a renderle oggetto di tali ricerche: ovviamente, come gli elettroni non hanno in se nulla di scientifico, la Lotta Americana non ha nulla di filosofico. Dire di una cosa che è un soggetto di scienza o di filosofia è quasi ovvio, dire che essa è particolarmente “filosofica” non vuol dire proprio nulla. Questa era perlomeno la mia posizione prima di leggere il libro. Considerati i suoi argomenti, siamo costretti a rilevare anche un’altra lacuna importante. In realtà non è che sia tanto importante in termini assoluti, nel senso che a qualcuno che non fosse d’accordo con le tesi del libro potrebbe sembrare un’eresia, o peggio, un’idiozia, ma date le premesse essa diventa inevitabile.  Nelle sue ottantaquattro pagine di libro non abbiamo trovato una sola menzione della Teoria dei Giochi in matematica : una mancanza che non puo’ che lasciarci esterrefatti per l’importanza della materia e per la grande congruenza e pertinenza di questi studi con la problematica del libro, ammesso ovviamente che ne si condivida le posizioni. L’autore, essendo specializzato nelle scienze sociali, è assolutamente impossibile che non la conosca. Ora, se non possiamo dire che leggere il libro del signor Corona sia «come andare a vedere un Amleto senza il principe di Danimarca», secondo l’espressione, possiamo dire che gli manca senz’altro un personaggio centrale della rappresentazione. Lo spazio di questo speciale non è adatto ed è comunque troppo ristretto per sperare di discutere nulla di questo tema vastissimo ed affascinante – sarebbe come voler parlare della Teoria della Relatività- ma non ci tireremo indietro riguardo al farne una piccola menzione.

Tutto il lavoro si basa su questa ipotesi audace : «Scopo del presente libretto è dimostrare che il professional wrestling è il gioco par excellence in quanto costruito su delle “storie” che non sono né completamente vere, né completamente finte. (…) Attraverso un percorso di analogie e differenze con le definizioni di gioco che emergono da tali opere, risulterà che quello del professional wrestling supera tutte le concezioni classiche che riducono il gioco a un fenomeno. » (cit. pagina 10). Detto in altri termini, si vuole mostrare, riprendendo tutte le definizioni ad una ad una, come il gioco chiamato wrestling sfugga a tutti i tentativi di classificazione, costituisca una flagrante eccezione a tutte le piu’ importanti teorie sul gioco. I tentativi di rispondere alla domanda « che cos’é un gioco ? » dovranno, quindi, salire di livello, diventare molto piu’ complessi e raffinati per affrontare il problema del wrestling. La ragione é indicata dall’autore nell’intricato rapporto di realtà e finzione nel cuore della disciplina, spiegato con tutto un altro arsenale di autori, che quest’ultimi non avrebbero ne compreso ne previsto. Ovviamente, per difendere l’idea che il wrestling contraddica tutte le spiegazioni del gioco finora in vigore bisognerebbe prima di tutto giustificare l’inserimento stesso del wrestling fra i giochi, e l’autore non dice nulla a riguardo, ma ritorneremo su questo piu’ tardi. L’opera é divisa in sette capitoli. Nell’introduzione l’autore ci spiega per la prima volta il concetto chiave di gioco linguistico e ci mostra il piano generale dell’opera, dunque nei primi due capitoli egli forgia la sua visione del wrestling tirandola dalla semiologia e dai semiologi – ampliando comunque abbondantemente le loro intuizioni, per passare poi a vagliare la sua concezione a contatto delle teorie di rispettivamente Johann Huizinga, Roger Callois, Eugen Fink e Gregory Bateson. I capitoli tre e quattro costituiscono due approfondimenti, l’uno del masochismo nel wrestling e l’altro delle teorie del secondo Wittgenstein. Le discuteremo nella seconda parte. L’argomentazione vi procede sempre per tesi, antitesi e sintesi e si distacca molto raramente dall’analisi degli autori, alla maniera delle tesi universitarie. Le teorie degli autori non vengono mai omesse ma sempre spiegate in dettaglio, prima di essere eventualmente criticate o ampliate ; immaginiamo sia per mostrare di padroneggiarle di fronte agli esaminatori che per permettere al lettore di poterle accostare al wrestling in tutta chiarezza.

I primi due capitoli sono fondamentali per la sua argomentazione: se nell’introduzione veniva spiegato vagamente cosa esso sia, in essi comincia ad essere abbordato il problema di come esso funzioni. Sarebbe impossibile analizzare i capitoli decisivi senza passare da qui. Vi troviamo subito una nostra vecchia conoscenza. Il saggio « Il mondo del wrestling » (1957) di Barthes é riassunto in maniera efficace e Corona vi aderisce totalmente, se non che si ripropone anche di aggiornarlo. Come disse René Pommier : « Che lo si ammiri o che non lo si ammiri, é difficile scrivere su Barthes. Se lo si ammira non si sa cosa dire e se non lo si ammira si ha fin troppo da dire. Non lo si puo’ ammirare, infatti, che alla condizione di non interrogarsi mai, di non domandarsi mai quello che ha voluto dire e ancor meno se ha avuto ragione di dirlo. Quando si comincia , invece, a leggere Roland Barthes con un occhio critico, quando si intraprende di far notare tutte le contraddizioni che si trovano nei suoi scritti, di refutare tutte le falsità che vi si trovano, di sondarne tutte le sciocchezze, molto presto non si sa piu’ dove sbattere la testa. Chi volesse davvero passare al setaccio tutte le castronerie che si trovano nei libri di Roland Barthes sarebbe presto obbligato a passarci gran parte della sua esistenza ». Noi cercheremo dunque di dire lo stretto indispensabile. Le sue tesi sono abbastanza ovvie per chiunque abbia una minima conoscenza del wrestling, ma rispetto a Daria Bignardi possiamo esclamare tranquillamente :  in terra caecorum monoculus rex . Il problema da cui avvia la sua riflessione é questo : « Partendo dall’osservazione della lotta francese dell’epoca, Roland  Barthes si domanda coma faccia una pratica così ripetitiva e spazialmente circoscritta – due uomini che si affrontano su un quadrato delimitato dalle corde – a riuscire sempre a rinnovare la passione del pubblico. » (cit. pagina 16). Personalmente non la ritengo una domanda cosi’ tremenda. Come fa uno scultore con uno scalpello e un pezzo di marmo a fare capolavori come l’Apollo del Belvedere ? Come fa un pianista a fare melodie con pochi tasti ? Il nostro tuttavia non la intende cosi’. Egli ne conclude indebitamente (almeno a mio avviso) che l’azione sul ring e il suo aspetto plastico non contino nulli e che si debba considerare tutto tranne quello. L’errore è ovviamente sempre quello dell’ultima volta : é semplicemente cieco alla componente formale dell’opera. Dati un certo numero di gesti e la possibilità di combinarli le possibilità di creare incontri diversi –un fatto che oggi é certo piu’ evidente che non negli anni cinquanta–si ottiene quello che gli informatici chiamano un esplosione combinatoria, come sapeva quel consigliere indiano inventore degli scacchi che chiese al suo re di essere ripagato con qualche chicco : due sulla prima casella, il doppio sulla seconda e cosi’ via fino alla sessantaquattresima. La stessa idea è che tutto si basi su un « algebra della morale » (pagina 24) e che da questa derivi tutto il piacere intellettuale ; ce troviamo non fa giustizia alla struttura dell’azione. L’attenzione di Barthes invece é presa soprattutto dalla maniera con la quale i lottatori fingono la realtà con regole di facciata e come cio’ gli permetta di mettere in piedi un certo tipo di racconto. Egli identifica nel meccanismo che mette di fronte il buono e il cattivo la morale intelligibile che i lottatori manifestano al pubblico. Quest’ultima affermazione é abbastanza strana. Si penserebbe piuttosto che é proprio perché i lottatori suppongono un certo tipo di etica nel pubblico che ne approfittano per fare spettacolo, seguendola o violandola.La cosa, comunque sia,ha una importanza relativa. Il mezzo che il semiologo segnala é quello del cosiddetto linguaggio del corpo. I lottatori esagerano le loro espressioni e i loro gesti per manifestare nostre intuizioni generale o situazioni evidenti e stereotipate. Il tutto deve essere comprensibile da tutti e da chiunque : non devono esserci gesti enigmatici o confusi. Per capire meglio questo meccanismo l’autore si serve allora del concetto di « attante » di un altro semiologo, ovvero A.J Greimas. Esso é se vogliamo la « funzione » che un certo personaggio ricopre all’interno della « sintassi della storia » (pag. 16). L’attante del sacro verra cosi’, secondo il suo esempio, svolto dal personaggio del santo, del prete o dell’angelo. Delle varianti apposite possono apparire, facendo si ad esempio che l’attante del Male venga accoppiato con quello della Russia comunista e quello del Bene con quello del patriottismo americano durante una storyline. Essi conferiscono inoltre un certo numero di competenze che caratterizzano il personaggio di fronte alle performance alle quali é chiamato. Non si tratta solo di cose esplicitamente affermate ma l’insieme di cio’ che ci possiamo aspettare da un personaggio. Chiamato a avere un certo comportamento e a mostrare quello di cui é capace, il lottatore rende ragione di quello che gli attribuiva già Barthes. Ci troviamo quindi di fronte ad una interpretazione simile a quella del teatro greco e moderno. Ma é proprio su questo punto che Andrea Corona decide di rivedere la tesi che si era fin’ora limitato ad esporre. Il teatro, infatti, é limitato nello spazio e nel tempo. Una volta la pièce finita, gli attori mettono giu’ le maschere e se ne tornano a casa a braccetto anche se erano acerrimi nemici nella storia. Nel wrestling invece « non si mette mai giu’ la maschera » : la kayfabe é sempre valida e va difesa in ogni contesto. Su questo punto, a dire il vero, si potrebbe dissentire un tantino. La kayfabe esiste ma è ormai ai minimi storici ed ed é un po’ una forzatura la volontà di far rientrare le violazioni piu’ fragranti in un gioco predefinito di interviste verità. Vince Mcmahon nel 1994, in pieno scandalo steroidi, non aveva interesse a prendere in giro proprio nessuno. Comunque sia, la tesi é interessante e non sarà questo dettaglio a farla crollare : non é necessario che la kayfabe sia sentita come negli anni settanta, basta che essa venga difesa in pubblico almeno qualche volta, come ancora avviene, perché il suo argomento tenga. Si impone come conclusione il fatto che veramente il wrestling é qualcosa di completamente diverso da quanto d’altro si possa trovare fra i giochi come nell’entertainment. Esso non é ne « “iperreale” (nel senso di mero reality) e né “iporeale” (nel senso di mera fiction), il nuovo gioco che si viene a creare – e cioè quello che proibisce a un lottatore di passeggiare anonimamente a braccetto con la moglie a fine spettacolo (a meno che non rientri anche questo in una storyline) – potrà allora essere definito come “metareale”: e ciò innanzitutto in virtù del fatto di non trovarci più, oggi, in presenza di una vera e propria “fine dello spettacolo”. » (cit. pagina 24). Non gli restava che da chiedersi, se i ludologi abbiano preso in considerazione tutto cio’. Vediamo fino a che punto tengono le sue critiche.  

Il primo concetto di gioco a essere superato é quello che lo vorrebbe racchiuso entro limiti di spazio e di tempo : una « cornice ». Questa é la tesi dello storico del medioevo Johan Huizinga nel suo « Homo ludens » (1938). La risposta a questa affermazione é che il wrestling é un gioco che non si conclude mai, dal momento che é sempre necessario mantenere la kayfabe, e non é limitato nello spazio, perché teoricamente possono sempre venire aggiunti segmenti registrati fuori dall’arena. Mentre il gioco comune potrebbe voler definire lo spazio ed il tempo del gioco, il wrestling andrebbe a prolungarsi fino nello spazio cosmico, alla maniera di Gagarin, se soltanto potesse. Non si sente limitato da un certo spazio come il giocatore di poker dal tavolo da gioco o da un certo tempo come il giocatore di calcio, a cui, dopo il triplice fischio dell’arbitro, non resta che andare negli spogliatoi. La sua descrizione si rivela dunque inadeguata. Non bisogna credere, comunque, che il nostro tiri solo motivi di critica dal libro. Il concetto di guastafeste, ossia colui che smette platealmente di stare al gioco per disturbare il suo corso, é perfetto per spiegare cosa sia un heel : ad esso si contrappone il baro che finge di stare alle regole ma che le viola per vincere. Io mi ricordo William Regal, che nel suo incontro in WCW non vendette neanche mezza mossa di Goldberg, e  Lou Thesz ; a come come regolasse coloro che, non accettenado di perdere, passavano alle maniera forti. L’« outlaw » é poi per Huizinga quel giocatore che non sottostà a regole che gli sembrano stupide, inutili o noiose e che finisce per creare nuove varianti e nuove comunità di giocatori. Il suo contrappeso nella « comunità ringhistica » (p.55) sono quei promoter che hanno innovato il wrestling con federazioni hardcore o nuove stipulazioni come il « ladder match ». A partire da questo egli mette in questione anche le definizioni di gioco date dal sociologo Roger Caillois e dal fenomenologo, assistente di Husserl a Friburgo, Eugen Fink. Il primo é quello che tenta la teoria piu’ precisa e la definizione piu’ spinta. Egli afferma che il gioco si contraddistingue per le seguenti caratteristiche : (1) é un’attività libera, nella quale nessuno é obbligato a partecipare (2) é separato entro limiti di spazio e di tempo, (3) lo svolgimento e il risultato non possono essere decisi a priori, (4) non crea ne beni ne ricchezze, (5) é regolato, (7) si svolge in un mondo interamente fittizio. Lo divide in seguito in queste categorie : (1) giochi di competizione, (2) giochi d’azzardo, (3) giochi di simulacro o di ruolo, (4) giochi di vertigine. La risposta di Andrea Corona è doppia. Prima di tutto si tratta di far notare come il wrestling contravvenga a tutti i punti elencati all’inizio : si puo’ obbligare qualcuno a parteciparvi, il risultato è ovviamente determinato, lo si fa per produrre ricchezza, si intreccia spesso con la realtà e cosi’ via. Volendo fare i pignoli, il punto primo non è molto chiaro. Si è obbligati a fare del wrestling ? Lo si è magari « nella storia » ma questo non significa nulla. Per poter fingere di essere obbligati a combattere bisogna già fingere e dunque già  «giocare». Si potrebbe dire che vi è un contratto, ma nessuno obbliga i lottatori a firmarlo. Se invece si viene obbligati per davvero, come quando si viene chiamati a fare il servizio militare, ad esempio, non si entra per nulla nella decisione. Poco importa. Ritornando al problema, l’autore fa notare che il wrestling contiene in teoria tutti e quattro i tipi di gioco elencati. Esso è nello stesso tempo un gioco agonistico, un gioco d’azzardo, un gioco di ruolo e un gioco di vertigine. Il modo in cui inserisce il punto secondo, il gioco d’azzardo mi sembra un tantino forzato ma non ci attarderemo sopra. Lontanissimo dal metodo di Callois è Fink, il quale non è tanto interessato a definire il gioco quanto piuttosto a vedere il rapporto di questo con il mondo. Il suo modo di fare è nettamente improntato all’Heidegger successivo alla svolta (kehre). Si direbbe voglia fornirci sul gioco l’equivalente delle oscure dottrine del primo sul linguaggio poetico come « Casa dell’essere » e dell’ Arte come «messa in opera dell’essere dell’ente». Andrea Corona liquida rapidamente la sua tesi secondo la quale il gioco sarebbe «la parafrasi della vita seria » : è evidente che non vale per il pro wrestling. L’ultimo autore ad essere analizzato, quello a cui forse tiene di piu’ è Gregory Bateson. Bisogna distinguere fra un primo «primo »Bateson e un «secondo » Bateson. Il primo riporta la condizione del gioco al meta-messaggio «questo è un gioco», il secondo alla domanda «questo è un gioco ?». Prima di tutto : che cosa si intende per meta-messaggio ? Ovviamente se dicessi che è una formula espressa in un meta-linguaggio non penso che avanzeremmo la questione di molto. In logica il meta-linguaggio è cio’ che permette di parlare di un atomo o di un espressione «dal di fuori », senza che questo abbia la valenza che avrebbe l’enunciato nel linguaggio analizzato. Possiamo spiegarlo con un esempio. Nel linguaggio «nonno» è una persona con un certo grado di parentela rispetto a qualcuno. Denotandolo nel meta-linguaggio invece  per «n-o-n-n-o» intendiamo una parola di cinque lettere. Si palesa questo con delle convenzioni come le virgolette «””»  – notate che qui le denoto proprio in un meta-linguaggio, ossia l’italiano ordinario- o la «quasi-citazione» di Willard V.O Quine. Il meta-messaggio è un messaggio che riguarda il gioco ma il cui senso va preso al di fuori delle regole del gioco. L’analisi delle condizioni di possibilità di questi è spiegata molto bene dall’autore con queste parole : « Quindi, per giocare, devo mettere in cornice tutta l’azione del gioco, devo mettermi fuori dalla cornice per concordare con gli altri che si tratta di un gioco, devo andare dentro la cornice per giocare, devo uscire per valutare se gli altri stanno giocando o no, devo rientrare per finire il gioco, devo riuscire per far capire anche all’altro che il gioco è finito e che ora si passa ad un altro tipo di relazione »  (questo non è più un gioco), magari per valutare le conseguenze del gioco (vincite e perdite).» (cit. pagina 70). Il problema è che a volte è possibile letteralmente giocare col gioco. Si possono manipolare i segnali, rendendoli ambigui, fino a lasciarci la sola domanda «questo è un gioco ?». Niente come il pro wrestling lo mostra meglio. Il segreto professionale dei wrestlers fa in modo che le informazioni passino solo agli «insiders», lasciando all’oscuro tutti gli altri riguardo al messaggio «questo è un gioco». Esso crea dunque dei possibili equivoci. Un lottatore che finge di infortunarsi e non avverte i propri famigliari seduti in prima fila rischia di farli preoccupare per nulla , mentre un lottatore realmente infortunato che ha messo al corrente la famiglia di un ipotetico finto infortunio li vedrà solo fingere di preoccuparsi (p.72). Con questa ultima descrizione si sono ripresi in qualche modo gli ampliamenti a tutte le teorie precedenti. Come dice l’autore stesso «In conclusione, dunque, il pro wrestling non solo arricchisce come non mai il concetto di gioco, superando tutte quelle concezioni classiche che lo riducono ad un fenomeno circoscritto (entro certi limiti prestabiliti di spazio e tempo), limitato (nelle combinazioni tra giochi sportivi, d’azzardo, di simulacro e di vertigine), svincolato (dalle leggi della giustizia ordinaria), rappresentativo (cioè a un “irreale mondo apparente” che si limita soltanto a simboleggiare il corso del “mondo reale”), metalinguistico (che per funzionare richiede che il messaggio che “questo è un gioco” sia condiviso da tutti i partecipanti); ma lo fa insegnandoci al contempo che non ci resta altro da fare, per capirlo, che stare al gioco.» (cit. pagina 75)  Il pro wrestling si presenta come quel gioco che sta a metà fra la verità e la finzione, l’essere e l’apparire. Egli è «è qualcosa di tanto più riuscito quanto più ben congeniato, durevole e seminascosto, è anche, tuttavia, tanto esposto da mostrare i suoi trucchi sotto le luci dei riflettori.» (cit. pagina 75).

Prima di passare a vagliare le sue affermazioni, constatiamo che a questa lista approfondita manca un capitolo. Esso aleggia praticamente fra gli altri e finisce per lasciare una specie di vuoto in mezzo all’opera, come se qualcuno avesse strappato delle pagine. Ho finito il libro quasi incredulo di non averne trovato mezza menzione. Non vogliamo rimproverare nulla all’autore, sia chiaro, ma credo sia bene impiegare di qualsiasi iperbole per convincerlo a inserirlo. Credo inoltre sia molto semplice, applicare l’argomentazione standard di Corona anche ai suoi fondamenti.Si parla ovviamente della Teoria dei Giochi. Che cos’è la Teoria dei Giochi ? Essa è il massimo tentativo, che io sappia, di matematizzare l’attività umana. Visto che la sociologia ridotta a fisica come la sognava O.Neurath si mostra oggi sempre piu’ una chimera o una scienza lontanissima dall’effettività, quelli della teoria dei giochi sono infatti i modelli migliori che possiedano le scienze umane per rendere rigorosi i loro studi. Chiamata anche  «Teoria formale del conflitto», essa analizza appunto situazioni di conflitto fra soggetti con intenzioni opposte e ricerca soluzioni di tipo cooperativo e competitivo. Si costruiscono modelli sulle decisioni possibili di un soggetto oltre sugli effetti sulle decisioni e sui risultati dell’altro. La nascita di questa teoria risale ad un’opera del 1944 : «Theory of Games and Economic Behavior», del matematico John Von Neumann e dell’economista Oskar Morgenstern. La teoria parla in effetti di giochi, ma il termine di gioco vale in realtà anche per altre attività o situazioni come la Borsa o la Guerra. Quelli che potremmo chiamare gli «assiomi» che regolano l’attività sono all’incirca i seguenti (il mio è un elenco aleatorio e discorsivo, non una definizione formale) : possiamo confrontarli con le definizioni precedenti. Si chiama gioco, innanzitutto,  un’attività con delle determinate regole. Le azioni possibili di un giocatore sono le mosse. Tutti i giocatori devono essere a conoscenza delle regole del gioco e delle conseguenze gi ogni mossa. L’insieme delle mosse è detto strategia. L’obiettivo che deve guidare le mosse è l’ottenimento di un certo «pay-off», ossia un qualche risultato e qualche vincita da ottenere. Esso è negativo, positivo o nullo a seconda degli accordi. Tutti gli studi Neuman hanno un «pay-off  a somma zero», ossia prevedono solo due partecipanti e che la vittoria dell’uno sia accompagni alla sconfitta totale dell’altro. La formazione di strategie dipende ovviamente da un rapporto computabile con algoritmi fra il premio e la probabilità di vincere. Non deve sorprenderci il fatto che l’Economia sia ovviamente il primo campo di applicazione di qualunque teoria dei giochi. Se consideriamo che le regole del gioco sono le leggi dello Stato, le quali vietano situazioni come il monopolio o la collusione, e analizziamo azioni come «alzare il prezzo della merce A » siano mosse, fissando come «pay-off» il guadagno, possiamo ottenere validi modelli in microeconomia. Lo stesso vale per una campagna militare. Un uso molto massiccio ne fa poi anche la psicologia cognitiva. Fondamentale per il suo svolgimento è il concetto di rischio e quello di probabilità. John Von Neumann si serve nel suo libro degli insiemi in maniera simile a quella di Kolmogorov per la Teoria della Probabilità. Se a qualcuno il termine Teoria della giochi non dice nulla, magari ricorderà il film di Ron Howard «A Beautifull Mind » sul matematico schizofrenico, premio Nobel per l’Economia John Nash. In Teoria dei Giochi egli ha formulato quello che viene chiamato «l’equilibrio di Nash ». Nei giochi che prevedono tale equilibrio, cioè quelli che prevedono un insieme finito di giocatori e di strategie miste {tutte le strategie possibili che non conducono alla vittoria indipendentemente dalla strategia dell’avversario}, ossia praticamente tutti, esiste per una strategia degli avversari una funzione che associa ad essa una strategia che il giocatore non deve abbandonare, a patto che i primi non siano disposti a modificarla a loro volta. Se non è possibile accordarsi, si raggiunge una posizione di equilibrio statico. Non ci è possibile, in questo spazio, vederla in dettaglio : io personalmente non ci vedo impieghi immediati per il wrestling, a meno che uno non voglia modellizzare le strategie delle varie compagnie di Wrestling durante una Monday Night War. 

Le basi teoriche della Teoria dei Giochi, invece, non credo possano mancare in un’opera simile. Posso non essere d’accordo con la tesi del libro ma, dato il suo svolgimento, credo si debba portarlo fino in fondo aggiungendo una parte su di essa. La sua applicazione in filosofia è stata tentata precedentemente  ed anche questa è molto pertinente con il tema e il tipo di trattazione scelto da Andrea Corona. Lo vedremo in seguito nella parte seconda. Il primo a farne uso credo sia stato David Lewis, già famoso per il suo realismo modale e per il suo famosissimo articolo sul dolore in filosofia della mente. Da allora l’etica, il sistema di credenze, il concetto di convenzione e quello di norma sociale sono stati studiati con i suoi mezzi. Uno dei nostri maggiori cervelli in fuga, la Bicchieri, se ne serve Ovviamente, il wrestling sembrerebbe sfidare un’applicazione. Quali sono le regole del wrestling ? Chi consideriamo come agenti del gioco, precisamente ? Che cos’è il guadagno che i vari agenti dovrebbero ricercare ? Le mosse possibili quali sono ? Le regole sono conosciute da tutti ? Ho tagliato gran parte delle definizioni e dei dettagli che pensavo di mettere inizialmente, il cui simbolismo sconsigliava una lettura distratta. Sono certo che le analisi future di Corona saranno decisamente migliori di quanto non possa mai improvvisare io. Aspettiamo tutti che prenda in mano la questione con la stessa maestria con la quale ha trattato le situazioni precedenti.  

Non faremmo onore allo spirito del libro se non ci chiedessimo anche noi, a questo punto, se il wrestling sia «Il Gioco per eccellenza». Dobbiamo essere convinti dall’argomentazione dell’autore ? Dobbiamo accettare la sua conclusione e farla nostra ? Io credo di no, ma non si tratta di attaccare un qualche punto della sua argomentazione. Penso anzi che egli sia riuscito a provare con logica implacabile che il wrestling non é affatto un gioco. Sembra paradossale, lo ammetto, ma come disse Wittgenstein : « se vuoi vedere quello che una dimostrazione dimostra, guarda la dimostrazione». Ad un controllo superficiale la conclusione che l’autore sperava di trovare non è fondata : un’altra la sostituisce. La struttura logica della sua tesiall’incirca questa: (a) Le definizioni di gioco analizzate pretendono valere per tutti i giochi, (b) il wrestling non risponde a queste caratteristiche, (c) ma il wrestling è un gioco (d) dunque sono false. Io non capisco tuttavia come sia possibile saltare da (b) a (c). In effetti egli non prova mai che il wrestling debba considerarsi come un gioco. Lo premette soltanto, senza giustificarlo affatto. Dovrebbe dunque «andare da se» ? La cosa non mi risulta affatto.Tutto sembra paradossalmente andare nel senso opposto. Un mio amico proponeva di chiamarlo il paralogismo di cappuccetto rosso. In altri termini, se la nonna ha le zanne, il pelo, un grosso muso e denti aguzzi allora probabilmente non è una nonna. Immaginiamo, anche se ovviamente non è vero, che tutti nel mondo considerino il wrestling un gioco al pari degli altri elencati e lo trattino come tale. Ammesso dunque che Corona lo pensi sinceramente, potrebbe appellarsi all’esternalismo semantico di H.Putnam e S.Kripke. In effetti esso stipula che qualcosa acquisisca un nome, venga «battezzato» e che poi questo si applichi all’oggetto qualunque esso sia ed indipendentemente da quello che pensavamo che fosse quando lo abbiamo battezzato. Se noi, per esempio, scoprissimo domani che tutti i gatti sono in realtà dei robot ben congeniati non dovremmo dire che i gatti «non esistono» ma che quello che chiamiamo gatti sono un certo tipo di robot. A quel punto dire gatti-robot sarebbe pleonastico, come dire occhiali per vedere. Il problema è che quello riguarda i nomi, mentre «il wrestling è un gioco » riguarda l’appartenza di classe. Non è la stessa cosa, seppure ammetta possa sembrare una situazione simile. Sono giochi solo quelle attività che rispondono a certi criteri di formazione, nella stessa maniera in cui le proposizioni composte da formule italiane sono dell’italiano solo se rispettano una grammatica italiana (anche una grammatica implicita, ufficiosa e in definitiva «parlata»). La cosa è ancora piu’ evidente se notiamo che il wrestling è de facto molto raramente definito come un gioco. Io almeno non lo definirei cosi’ : un gioco deve essere giocoso, e cioè fatto nell’ottica del divertimento fine a se stesso, e deve essere in teoria aperto a tutti, e questo non è il suo caso. Se togliessimo la premessa implicita dell’inizio, tutto nel libro mi darebbe ragione. Esso mostra ripetutamente che non ha nulla in comune con gli altri giochi ma che si distingue da loro per innumerevoli cose. Non ci resta, almeno per il momento, che aspettare che questi ci dia una definizione che sia capace di comprendere il wrestling senza ridurlo o snaturarlo.

Che cos’è una buona definizione ? Estendero’ il termine alla giustificazione di un’aria di famiglia fra due termini, come dice Wittgenstein, in base a qualche punto in comune, sebbene questo possa portare ad assurdi fenomenali (v.il “Cinese nano alato d’Europa Centrale” nella parte seconda). Una buona definizione è un insieme di criteri che ci permettano di suddividere fatti, insiemi di fatti e oggetti in maniera da facilitare la comunicazione. Estendere la categoria dei giochi al wrestling non è solo inutile ma sembra dannoso per il termine stesso. Infatti, se estendiamo il termine di gioco fino al wrestling dovremmo includere anche altre cose che nessuna persona ragionevole vorrebbe includere fra i giochi : ad esempio la pornografia. Se questi è un gioco, anch’essa lo é. Non è facile trovare una sola definizione fatta apposta per il wrestling che possa evitare di includere quest’ultima, visto che la stessa descrizione si applica volendo all’uno all’altro. Poi, magari un giorno arriverà qualcuno che dirà : «ma i gemiti delle attrici pornografiche non sono forse la migliore metafora della distinzione fra essere e apparire ? ». Spero solo che non lo si prenderà sul serio. Ovviamente la cosa ci lascia difficili problemi da considerare. Il maggiore è che se il vero interesse del wrestling sta, come afferma l’autore,  nella kayfabe, nell’interpretazione continua dei propri personaggi fuori dalle scene e dal gioco di realtà e finzione scenica anche quest’ultime onestamente avrebbero la loro da dire. Eppure vi è una grande differenza di valore fra la loro attività e quella dei pro wrestlers. Ma perché ? Esso è il nostro compito maggiore. Dirlo è difficile a partire dal libro di Andrea Corona, anche se vi sono contenute idee molto interessanti.

Italian Strongman

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