Abdullah the Butcher: il folle macellaio si confessa ai microfoni di WOW.IT

Atlanta, 16 agosto 2009, ore 15.27 .

 Ci siamo. Dopo 9 giorni in giro per gli Stati Uniti sono finalmente approdato ad Atlanta dove tra poco incontrerò il leggendario Abdullah the Butcher, uno dei miei wrestlers preferiti da sempre: contattarlo è stato abbastanza facile, riuscire a far coincidere i suoi impegni con le tappe del mio viaggio molto meno visto che Abdy, due giorni prima del mio arrivo, era impegnato nel Wrestling Supershow Final Showdown di Ottawa dove ha disputato un tag team match in coppia con Hannibal. Adesso a dividerci ci sono solo una manciata di chilometri, l’incontro tanto fantasticato con amici e altri appassionati sta per concretizzarsi ma…Abdullah sarà davvero al suo ristorante come mi ha detto ieri per telefono? Avrà voglia di parlare con me? Mi concederà un’intervista? Questi e molti altri dubbi mi assalgono senza pietà mentre un taxista incapace, probabilmente l’unico in tutta Atlanta a non conoscere nè Abdullah nè la House of Ribs and Chinese Food, tenta di trovare la strada giusta cazzeggiando per dei minuti interminabili tra cartine, navigatori satellitari e cellulari…

Un po’ per scaramanzia e un po’ per non fare la figura del classico nerd del wrestling web, ho preferito non scrivermi niente, non una traccia o una bozza con delle domande, se riuscirò ad avere l’attenzione di Abdullah voglio che la conversazione tra noi sia il più spontanea e disinvolta possibile, senza binari prefissati o argomentazioni scontate…

Quando ormai ho quasi perso le speranze, il taxi rallenta e gira a sinistra concludendo una corsa di 25 minuti abbondanti che a me sono sembrati ore: pago il taxista senza preoccuparmi di mascherare il mio disappunto per tutto il tempo che mi ha fatto perdere e dopo tanto penare…sono davanti alla House of Ribs.

Provo un’emozione indescrivibile nel guardarmi intorno e nel realizzare che è tutto proprio come nelle foto che ho visto decine di volte su internet: l’insegna pubblicitaria, il parcheggio davanti all’ingresso, la tettoia rossa, il disegno sulla parete di legno…

 Mi concedo giusto qualche minuto per le foto di rito stressando la vita all’inverosimile a quella buon anima di Valentina la mia ragazza (che con la pazienza di un monaco zen tenta di assecondare tutte le mie folli richieste per le “inquadrature migliori”) e alla fine mi decido ad entrare.

 La prima cosa che vedo è il grande  ritratto di Abdullah che campeggia maestoso dietro il bancone e sulla parete alla mia destra non posso fare a meno di riconoscere uno dei pezzi da novanta dell’arredamento ovvero la celebre stampa del faccione di Abdy avvolta da un turbante azzurro: tutto intorno, alle mie spalle e più in fondo alla mia sinistra, le mura del ristorante sono stracolme di foto di wrestlers famosi. Vorrei mettermi a guardarle una per una e a leggere le dediche autografate ma all’improvviso, con la coda dell’occhio, riconosco un’enorme e inconfondibile sagoma seduta al tavolo centrale della sala insieme ad altre due persone: è Abdullah che mi sta fissando con aria divertita in attesa…che vada a presentarmi!

 

Mi faccio avanti senza esitare troppo tenendo a freno l’emozione, gli stringo la mano e gli spiego chi sono: il faccione di Abdy si illumina di un sorriso smagliante e prima che possa aggiungere altro mi sento rispondere…

 Per il momento, se non ti dispiace, siediti là e ordina pure qualcosa da mangiare, appena ho finito di parlare con questi signori ti chiamo qui al mio tavolo e parliamo un po’ ok?

Esterrefatto per la disponibilità, mi siedo dove mi è stato indicato e inizio a rilassarmi. Osservo gli interni abbastanza spartani della House of Ribs (che più che un ristorante sembra il classico take-away americano di dimensioni medio-piccole con la possibilità di consumare anche dentro il locale), guardo le “prelibatezze” oltre il vetro del bancone, ordino qualcosa da mettere sotto i denti senza prestare molta attenzione a quello che scelgo dal buffissimo menù e scruto le tante immagini incorniciate: la sensazione di essere entrato in una specie di “santuario” che non celebra tanto Abdullah quanto tutta la storia del wrestling e dei suoi protagonisti diventa ogni istante più forte.

 Mi passano davanti agli occhi Baba, The Sheik, Bruiser Brody, Inoki, Carlos Colon, Kamala, Dusthy Rhodes, Ric Flair, Terry Funk, Mick Foley, Tony Atlas, Sabu, Ox Baker, Sgt. Slaughter, Coco B. Ware, Bad News Allen, Greg Valentine, Macho Man e chissà quanti altri: da quei muri trasuda tutto l’amore di Abdullah per una vita trascorsa sul ring e a tratti quasi mi commuovo nel vedere lui, Iron Sheik e Terry Funk che scherzano come dei bambini oppure nel leggere su una foto autografata da Balls Mahoney  “grazie per il tuo aiuto Abdy” o in quella di DDP “sei sempre stato il mio eroe” oppure i migliori auguri dell’ex presidente Jimmy Carter che definisce Abdullah “mio wrestler preferito e grande amico”.

Resto in contemplazione fino a quando i due signori che stanno parlando con Abdullah non si alzano: uno di loro, dopo averlo salutato con grande rispetto, esce dal ristorante. Mi viene fatto cenno di avvicinarmi e mi accorgo di due cose che prima mi erano sfuggite: la prima è che Abdullah indossa una maglietta dell’AWA, la seconda è che uno dei due tizi seduti al tavolo con lui era il suo manager John Cheatum, a cui stringo con piacere la mano mentre se ne sta andando.

 Mi siedo accanto ad Abdullah dietro suo esplicito invito (l’atmosfera è così surreale che stento ancora a crederci…) e gli spiego che sono un suo grande fan, che nel tempo libero scrivo articoli sul wrestling per siti internet e in passato pure per libri e riviste, che tra i miei lavori meglio riusciti c’è anche la sua biografia e che mi piacerebbe intervistarlo: mentre sto facendo la mia bella presentazione il mio sguardo cade sulle cicatrici che ha in testa e noto che dal vivo sono ancora più impressionanti per la loro vastità e profondità…

 Prima di cominciare l’intervista mostro ad Abdullah un copia stampata della sua biografia che mi sono portato dietro dall’Italia per l’occasione e lui incuriosito inizia a sfogliarla: sul suo volto radioso scorgo un sottilissimo velo di malinconia che dura giusto un paio di secondi, poi il macellaio mi coglie di sorpresa e se ne esce con un paio di domande a brucia pelo…

 Hai visto come ero da giovane (Abdy mi indica una sua vecchissima foto in bianco e nero posta sopra l’uscita del ristorante in cui ha le braccia incrociate e indossa il Fez, un cappello di origini marocchine…)?

Avevi una forma strepitosa!

 Puoi dirlo forte! Hai detto che sei italiano vero?

Si…

 Conoscevo un wrestler italiano all’inizio della mia carriera…come si chiamava? Aspetta…ah ok! Gino Brito!

Gino Brito! Ti sei allenato con lui! L’ho citato anche nella biografia…

 Già! Vedo che hai messo molte foto in questa biografia…Stan Hansen, Giant Baba, Terry Funk, Destroyer, Colon e…Bruiser Brody! Brody è stato dei migliori hardcore wrestlers di tutti i tempi…sai che è scomparso vero?

Si, è stato accoltellato, una bruttissima storia…

 Proprio una brutta storia…senti, mangia pure con calma e dai un’occhiata in giro, io intanto vado a fare due chiacchiere con quella famiglia seduta laggiù ok? Torno subito!

Ok, nessun problema!

 Abdullah si alza a fatica facendo leva su un’altra sedia poco distante e, nel guardarlo avvicinarsi con una camminata incerta e a tratti barcollante all’allegra famigliola, provo una stretta al cuore pensando a quali sforzi sia costretto anche per dei movimenti banali come salire sul ring. Il folle macellaio ride e scherza, si presta alle foto di rito, strapazza tutti con le sue enormi braccia e poi torna a sedersi accanto a me: mentre si sta accomodando sulla sedia si dà un paio di colpi sulla coscia destra e mi dice…

 La mia anca! Avrei bisogno di una nuova anca!

In maniera molto educata e con un tono di voce più basso e confidenziale mi permetto di chiedergli:

 Credi di aver bisogno di un’operazione per sistemarla? Un mese fa da qualche parte ho letto che ci stavi riflettendo…  

No, non ho intenzione di operarmi…per il momento credo che me ne starò seduto (la sua risata liberatoria e fragorosa rompe quel momento di lieve imbarazzo… )!

 Non faccio in tempo a domandarmi se magari sono stato sfacciato a prendermi una libertà del genere che Abdullah mi incalza di nuovo:

 Allora? Che domande volevi farmi? Dai, cominciamo!

 Mi bastano quelle poche parole per ritrovare la mia concentrazione all’istante e farmi partire deciso con l’intervista…

 Tu e The Sheik siete considerati i veri padri dell’hardore wrestling: come hai avuto l’idea di utilizzare sedie, bastoni e tavoli  per ferire i tuoi avversari? Perché ricorrere a metodi così brutali?

Perché la gente ama la violenza. Davanti a migliaia di persone puoi colpire e far sanguinare il tuo avversario quanto vuoi e il pubblico non si stancherà mai: alle persone la violenza piace, questa è la verità.

 Credi che tutta questa violenza sia stata la chiave del tuo successo?

Io sono un uomo violento e combatto contro lottatori altrettanto violenti, il pubblico si diverte a guardarmi. Uno stile di lotta diverso, più acrobatico, più da “flyers” all’inizio piace ma alla lunga diventa noioso, finisci per vedere sempre lo stesso salto, non so se mi spiego…Questo businness è come un circo, ci deve essere qualcuno con dei muscoli molti grandi, qualcuno bravo a recitare, qualcuno molto agile sul ring e qualcun altro particolarmente aggressivo che infligge dolore con una forchetta, ognuno si deve saper differenziare, altrimenti i fans hanno l’impressione di vedere sempre le stesse cose. 

 Tu e Carlos Colon siete stati accerrimi rivali e con i vostri match a Puerto Rico avete scritto una pagina molto importante nella storia del wrestling: come è stato lavorare con lui considerato anche il fatto che fuori dal ring siete uniti da una profonda amicizia?

Si, siamo molto amici come puoi notare da quelle foto (Abdullah mi indica la parete alla sua destra dove ci sono due immagini di lui insieme a Colon) ma non è stato affatto facile lavorare con lui anzi, è stato davvero dura. A Purto Rico combattevamo davanti al “suo” pubblico, Carlos doveva dare di più, doveva dimostrare di essere migliore di me: è come se io venissi in Italia per disputare un match contro di te, di sicuro faresti di tutto per far vedere che mi sei superiore…

 Non lo avrei mai detto…

E’ una cosa normale, l’ho fatto pure io (Abdullah sorride).

Abdy intanto tira fuori da una busta un pacco di sue foto e comincia ad auotgrafarle e a regalarle a tutti quelli che entrano ed escono nel ristorante. Per un attimo mi balenano in testa le sessioni di autografi a pagamento della WWE con centinaia di fans in fila ore e ore per una foto scarabocchiata da Randy Orton o da Batista, e quasi mi viene il sospetto di essermi perso qualche passaggio importante nel “salto” dal wrestling di ieri a quello di oggi…

In una tua vecchia intervista hai detto di essere molto soddisfatto del match che hai disputato contro Hulk Hogan nella NJPW: ricordo ancora quel tuo incredibile suplex su di lui..

Si, mi ha fatto piacere affrontarlo ma avrei potuto fare molti soldi se avessi combattuto contro di lui negli Stati Uniti: purtroppo la cosa non è stata fattibile, avremmo fatto di sicuro il tutto esaurito…

 Perché?

Alla WWF c’erano dei wrestlers a cui non piacevo e che non mi volevano malgrado ci fossero già dei piani per fare di me il primo sfidante al titolo detenuto da Hogan…non vado a pregare qualcuno per disputare un match e soprattutto non vado mai a baciare il culo a nessuno.

 E suppongo che il tuo “non baciare il culo a nessuno” sia anche la ragione per cui non hai mai lottato nella WWF/WWE nemmeno negli anni successivi…

Si, esatto.

 Una ragazza di 16-17 anni passa vicino a noi e commette l’errore di rispondere “No grazie!” quando Abdy le porge una sua foto autografata….

 Come sarebbe a dire che non la vuoi? Stai scherzando ragazzina!?! Prendi subito questa foto! Avanti (il tono di Abdullah si è fatto ironicamente minaccioso…) !

La ragazzina sorride, si avvicina ad Abdul, gli appoggia una mano sulla spalla come se fosse suo zio e prende la foto ringranziandolo. Qualche secondo dopo entra nel ristorante un bambino di nemmeno 9 anni accompagnato dai genitori e, appena è a tiro, il Madman from Sudan lo tira a sé facendo scivolare dolcemente la sua possente mano dietro quella piccola testa: quando il bambino comincia a giocare con il braccio di Abdullah improvvisando una goffa presa di sottomissione tutti i presenti scoppiano a ridere.

 In Giappone ti sei trovato faccia a faccia con grandissimi nomi come Giant Baba, Tigermask Sayama e Antonio Inoki: cosa puoi dirmi di loro?

Sayama era un wrestler fenomenale mentre Giant Baba era uno straordinario promoter: a quei tempi lui e Inoki avevano punti di vista molto diversi, erano in forte competizione e io ho avuto un ruolo fondamentale nel rendere grande la AJPW di Baba. Ricordo che Baba una volta mi disse: “per te ci sarà sempre un posto nella mia compagnia”.

 E Inoki?

Inoki era uno showman e un uomo d’affari puntuale e scrupoloso.

 E’ vero che tra Sayama e Inoki non correva buon sangue? C’è chi dice che Inoki fosse un po’ invidioso del successo di Tigermask…

Ogni wrestler vuole essere il migliore sul ring, come ti ho già detto si può anche essere buoni amici in questo businness, ma alla fine l’obiettivo principale resta sempre quello di arrivare in cima, di essere il numero uno.

 Quattro anni fa ho intervistato Vampiro e mi ha raccontato che tu sei stato uno dei suoi primi allenatori: che ricordo hai di lui?

Vedi, ho allenato molti giovani wrestlers in passato e ho imparato a riconoscere a colpo d’occhio se un ragazzo ha del talento: quando lo osservai muovere i primi passi sul ring mi resi subito conto  ci sapeva fare e che aveva la stoffa per diventare un professionista.

 Quando Mick Foley è venuto in Italia ha raccontato che al college teneva un tuo poster attaccato in camera: suppongo che si sia ispirato molto a te quando ha deciso di intraprendere la carriera di wrestler…

Oh! Mick Foley! E’ un mio carissimo amico! No, in realtà non si è ispirato molto a me. Foley ha un approccio diverso dal mio, è un hardcore wrestler davvero “estremo”, ti ricorderai sicuramente della sua caduta dal tetto della gabbia…

 Certo! L’Hell in a Cell contro Undertaker! Il mio match preferito!

Si, una grande prestazione. Mick è proprio un gentiluomo e ha una famiglia meravigliosa, un uomo eccezionale, non ha mai fatto uso di droghe, mai un eccesso…una bravissima persona credimi.

 Tra le altre cose Mick Foley è molto amico anche di un’altra leggenda hardcore: Terry Funk!

Un’altra brava persona, sono in buoni rapporti anche con lui.

 Guardi mai qualche show della WWE in televisione?

No, di solito no. Non mi piacciono gli shows della WWE, li trovo noiosi…

 E quelli della TNA?

Alla TNA hanno dei buoni wrestlers ma non hanno ancora capito come farli lavorare insieme, credo sia un problema a livello di booking.

 Che programmi hai per l’immediato futuro? Stai preparando un nuovo match?

Hai visto l’uomo che era seduto qui al tavolo insieme a me e al mio manager quando sei arrivato? Mi ha portato un contratto da firmare per un match che disputerò tra un mese circa.

 Puoi anticiparmi chi sarà il tuo avversario?

Non lo so, combatterò con qualcuno ma ancora non mi hanno detto chi.

 Tra i wrestlers che hai affrontato in tempi recenti, diciamo negli ultimi anni, non posso fare a meno di citare Devon “Hannibal” Nicholson, con cui hai portato avanti una lunga e sanguinosa rivalità: che opinione ti sei fatto delle sue capacità sul ring? Su internet ho letto giudizi lusinghieri su questa giovane promessa…

Presto sarà il numero uno. Posso solo dirti che ha firmato un contratto molto importante con la WWE, è un ottimo wrestler, un tipo tosto e cattivo al punto giusto, credimi. Quando Hannibal ti colpisce con una sedia non scherza, sarà il nuovo numero uno di Vince McMahon, dentro di lui c’è il meglio di Abdullah e di Bruiser Brody, ricordati le mie parole.

 Credi che debutterà presto a Raw o a Smackdown?

Non lo so, a quanto ho capito devono lavorare sul suo personaggio, difficile azzardare la data del suo debutto.

 Un signore si avvicina ad Abdullah e con modi molto cortesi gli porge una vecchia foto incorniciata che qualcuno ha distrattamente urtato facendola cadere dalla parete. Abdullah guarda un po’ incazzato la cornice incrinata, poi sorride e mi mostra l’immagine in bianco e nero che ha in mano dove sono ritratti lui e Stu Hart…

 Il registratore è ancora acceso vero?

Certo!

 L’uomo che vedi insieme a me in questa foto è Stu Hart: era un gran signore, è stato come un padre per me quando ero a Calgary! Eccellente sia come wrestler che come promoter, mi ha insegnato tantissimo su questo business, gli sarò sempre debitore.

 Ti ha mai portato nel Dungeon?

No, per fortuna no (Abdy sorride ancora…).

 Mentre Abdullah contempla in silenzio la foto di Stu Hart, la mia attenzione cade su un paio di cinture appese al muro in fondo alla stanza…

 Che titoli sono quelli laggiù?

 Stronzate.

 Come stronzate!?!

Si, stronzate. Dico sul serio. Le cinture non significano niente per me. Oggi puoi essere il campione di New York, il campione di Chicago, il campione di qualsiasi città, stato e promotion, tutti hanno una cintura di campione…L’unica cintura a cui tengo è quella che ho vinto sconfiggendo Baba (Abdullah mi indica un’altra sua foto con addosso una cintura che, rispolverando mentalmente la sua biografia, suppongo sia quella vinta appunto contro Baba nella finale dell’All Japan Champion Carnival Tournament del 1976…). In Giappone le cinture erano molto costose, quando venivi sconfitto e perdevi un titolo te le richiedevano indietro, erano fatte in oro ed avevano diamanti e pietre preziose incastonate, potevano valere anche 500 mila dollari…

 Niente a che vedere con le cinture della WWE…

Nemmeno paragonabili. Quelle del Giappone erano delle vere cinture…

 Anche se a occhio e croce non penso ti interessi molto, credi che un giorno verrai introdotto nella Hall of Fame della WWE?

Probabilmente un giorno mi introdurranno, sono in questo business da molto più tempo di Hogan e degli altri Hall of Famers,  prima o poi mi ci dovranno mettere…

 Abdullah ricomincia a sfogliare la mia biografia e si sofferma sull’immagine tratta dal film “Roaring Fire” in cui ha fatto un’apparizione agli inizi degli anni 80…

 Questo è Sonny Chiba (il protagonista di Roaring Fire, noto per aver interpretato il ruolo di Hattori Hanzo, il maestro costruttore di spade di Kill Bill) !

 Si, è proprio Sonny Chiba! Ma quello è l’unico film in cui sei apparso?

No, ho recitato anche in un altro film in Canada.

 Strano, pensavo che con la tua notorietà avessi ricevuto molte offerte…

A dire la verità no. Sai, il mio personaggio per molti anni non ha mai parlato, in teoria non avrei nemmeno dovuto conoscere la lingua inglese,  sarebbe stato un controsenso darmi delle battute di un copione…

 Ricevi tante visite da parte dei fans qui alla House of Ribs?

Si, ci sono fans che vengono da ogni parte del mondo: dal Giappone, Dall’Olanda e perfino dall’Australia. Pensa che ho combattuto in Australia negli anni ‘70 e c’è ancora chi si ricorda di me! La gente mi telefona in continuazione per sapere quando sarò al ristorante.

 Da quanto tempo hai aperto questo ristorante?

Ormai sono già sei anni.

 Scusa la domanda indiscreta ma…la signora con la camicia verde dietro al bancone è tua moglie?

No, quella è mia sorella, è venuta a trovarmi dal Canada, io ho quattro sorelle e tre fratelli…mia moglie è quella (Abdy mi indica la foto di una ragazza giapponese molto carina che indossa un kimono bianco con una  fascia azzurra intorno alla vita…).

 Abdul, adesso devo chiederti un piacere personale…

Dimmi pure!

 Potrei avere l’onore di farmi fotografare mentre mi punti una forchetta alla testa?

Certo, nessun problema! Avvicinati!

 Prima che me ne renda conto quel pazzo di Abdullah mi ha già agguantato per il collo e affondato i denti di una forchetta di plastica in fronte senza tanti complimenti: inizio a sentire un male cane e il mio sorriso beffardo si trasforma presto in una malcelata smorfia di dolore. L’unica cosa che riesco a pensare in quei secondi interminabili è come sia possibile che la forchetta non si spezzi sotto tutta quella pressione…

 La senti? La senti?

Si…la sento anche troppo bene, grazie!

 Abdullah lascia la presa soddisfatto e dall’espressione pietrificata della mia ragazza intuisco che in fronte devo avere dei segni piuttosto evidenti della forchettatta: nonostante questo anche lei si propone per una foto insieme ad Abdy e, come preventivato, si ritrova ben presto con le sue mani strette intorno collo…

 La conversazione con Abdullah prosegue toccando argomenti diversi dal wrestling, il tempo sembra volare e quando arriva il taxi che deve riportarmi all’albergo proprio non mi capacito di come siano trascorse la bellezza di ben due ore da quando sono entrato nella House of Ribs. Abdy mi saluta con grande gentilezza, mi chiede di tornare a trovarlo e mi regala alcune sue foto autografate che ovviamente accetto con enorme piacere.

 Salgo sul taxi ancora con il cuore in gola e sulla strada di ritorno all’albergo cerco di mettere in ordine i pensieri, di memorizzare tutto ciò che ho ammirato nella House of Ribs, di portarmi a casa un pezzetto del “museo” senza tempo in cui ho pranzato e soprattutto un po’ dello spirito scanzonato del suo bizzarro proprietario: dentro di me avverto un senso di profonda ammirazione misto a tenerezza nei confronti di quel “pacifico” ultrasettantenne lento e sovrappeso che, invece di starsene tranquillo e beato a casa a giocare con i nipoti, sente ancora il disperato bisogno di salire sul ring (anche a costo di rompersi un’anca o un femore) per piantare una forchetta in testa a un giovane wrestler e ridurlo a una maschera di sangue tra le urla dei fans esaltati…

 Abdullah è un uomo di altri tempi, un gentiluomo come raramente si ha la fortuna di incontrare, conoscerlo mi ha fatto riscoprire l’impareggiabile fascino del wrestling vecchia maniera, quello con cui sono cresciuto e che ha influenzato tanti aspetti della mia vita:  che ci crediate o meno, i suoi occhi hanno davvero qualcosa di “magnetico” e fissandoli da vicino non puoi non coglierne l’ironia beffarda, il profondo senso dell’orgoglio, la sottile malinconia, la fierezza di un grande guerriero determinato a non arrendersi allo scorrere del tempo e in fondo, ma proprio in fondo, quella lucida e sinistra follia del macellaio che in silenzio attende con impazienza il prossimo massacro…

 Grazie Abdy, grazie di tutto, è stato un onore…

 

 Tommaso Consortini

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