Duro come l’acciaio: la storia di Tom Jenkins

Duro come l’acciaio: la storia di Tom Jenkins

Gli inizi

Alcuni uomini diventano combattenti grazie ai consigli dall’allenatore o dei colleghi più esperti.
Per altri sono fondamentali delle eccezionali doti fisiche.
Tom Jenkins è stato reso un combattente micidiale dalla sua stessa vita.
Nato a Bedford, Ohio, da genitori gallesi, in una zona povera della città, a otto anni, durante la festa del Quattro Luglio, si trova coinvolto in un grave incidente: l’esplosione di un cannone giocattolo gli spezza la mascella e gli fa perdere un occhio.
Sotto consiglio dei medici, rimane per un anno intero nella sua camera, al buio, e riceve l’ordine di non leggere.
In seguito, durante la sua carriera di lottatore, sarà solito togliersi l’occhio di vetro prima di ogni incontro; la vista di un avversario con un orbita vuota mette a disagio e fa perdere la concentrazione.


Tom Jenkins

Ripresosi dall’infortunio, finirà per mettersi spesso nei guai con la legge, quando, per guadagnare qualche spicciolo, ruba la mercanzia in alcune botteghe per poi rivenderla a qualche isolato di distanza.
All’età di dodici anni sarà già stato in prigione otto volte.
Queste esperienze avranno senza dubbio una profonda influenza sul modo di combattere del futuro campione: senza una grande tecnica (Lloyd Appleton, medaglia d’argento nella Lotta Libera alle Olimpiadi del 1928 e assistente istruttore di Jenkins a West Point, affermerà che Jenkins era un uomo durissimo, ma non un grande esperto di wrestling) sarà solito ammorbidire i suoi avversari con ogni mezzo, inclusi pugni in faccia e dita spezzate.
La sua strategia di lotta, semplice ma efficace, consisteva in una serie di prese al corpo, celebre la sua morsa allo stomaco, per indebolire il rivale, per poi finirlo strangolandolo.
Quando la Stragle Hold sarà bandita, Jenkins elaborerà una variante della Headlock, la Jaw Lock, consistente, in pratica, in uno strangolamento mascherato.
Alla giovanissima età di dieci anni Jenkins trova lavoro presso la American Wire And Steel, a Newburg, Ohio.
Il suo pericoloso compito consiste nell’afferrare, con due gigantesche molle, delle sbarre di ferro rovente del peso di cinquanta chili, per più di otto ore al giorno.
Il durissimo lavoro gli sviluppa in modo incredibile i muscoli delle braccia e delle spalle, oltre a dotarlo di una forza mostruosa nelle mani.
Con le parole dello stesso Jenkins:

“Questo lavoro mi ha insegnato a essere veloce.
E mi ha sviluppato il collo e le braccia, e dei calli durissimi nei palmi delle mani.
Quando incontro un avversario, glieli sfrego sulla faccia, lacerandogli la pelle.”

Tra un turno di lavoro e l’altro, gli operai sono soliti ammazzare il tempo in match improvvisati di wrestling, e Jenkins emerge rapidamente come il lottatore più temibile dello stabilimento.
Nel 1891, si tiene un evento di beneficenza per un operaio infortunato, nella piazza cittadina.
Insieme a cantanti e ballerine, non può mancare un’esibizione di wrestling, e viene convocato il professionista Al Woods.
Quando, all’ultimo minuto, il suo avversario dà forfait, gli operai insistono che sia Jenkins ad affrontare Woods.
Nonostante non abbia alcun addestramento, Woods non riesce in alcun modo ad atterrarlo, e il direttore, impressionato dalle sue capacità decide di mandarlo ad allenarsi a Cleveland, dal celebre Luke Lamb.
Il suo match successivo è contro Pete Schumacher, un professionista locale, che Jenkins batte, senza troppa fatica, schienandolo due volte.
I suoi colleghi sono così entusiasti che finiscono per distruggere completamente il locale che ospita l’incontro.
Jenkins ha ottenuto una soddisfazione sportiva, ma non economica; il premio per la sua vittoria se ne va tutto per ripagare i danni.
Lasciata la fabbrica e imbarcatosi in una carriera a tempo pieno come wrestler professionista, Jenkins si imbatte in una difficoltà imprevista: il suo analfabetismo lo rende facile preda di manager senza scrupoli, che lo lasciano senza un soldo.
Tutto cambia nel 1895, grazie all’incontro con il promoter George Tuhoey, che gestirà la carriera di Jenkins negli anni successivi: i due domineranno la scena del wrestling per molto tempo.
Due anni più tardi, Jenkins affronterà Farmer Burns, il campione dell’epoca.
E’ difficile immaginare due lottatori più diversi, sia come modo di combattere, sia come personalità: Burns, relativamente piccolo, è un genio della tecnica e della strategia e un uomo famoso per una morigeratezza al limite del fanatismo.
E’ noto che, per tutta la vita, aveva sempre evitato di bestemmiare, credendo che il linguaggio volgare indebolisse fisicamente.
Al contrario, Jenkins è il classico lottatore dalla forza incredibile, e disposto a utilizzare ogni mezzo per vincere.
L’incontro è un handicap match, una tipologia di match comune all’epoca, dove uno dei due wrestler deve, per vincere, ottenere un certo numero di schienamenti entro un tempo prestabilito; ovviamente, questo conferisce un grande vantaggio allo sfidante, che può permettersi di stare sulla difensiva tutto il tempo.
Probabilmente, l’aver concesso un match simile a un rivale come Jenkins è stato un errore da parte del leggendario “Farmer”, che infatti non riesce a ottenere nessuno dei due schienamenti nel limite prestabilito di un’ora.
Tuttavia, l’incontro non vedeva in palio il titolo, e Burns mantiene la cintura.
Nell’Ottobre dello stesso anno, insieme ad altri 1500 fan entusiasti che affollano un’arena di Indianapolis, Tuhoey e Jenkins assistono alla sconfitta di Burns per mano di Dan McLeod, che si laurea nuovo campione del mondo.
Un mese più tardi, Jenkins batterà nuovamente Burns, questa volta in un match normale, per due cadute a zero.
Sia McLeod che Jenkins proclamano di essere il nuovo campione, e un incontro tra i due sembrerebbe essere nell’ordine delle cose.
Tuttavia, allora come oggi, i meccanismi del business sfuggono a una semplice logica sportiva.
Jenkins non fa parte della cerchia interna di Farmer Burns, che, anche senza titolo, rimane l’uomo più influente del wrestling nordamericano, e non gli viene concesso un incontro risolutivo con il campione.
Jenkins si sposta nel Nordest, mentre Burns e la sua troupe proseguono il loro tour nel centro degli Stati Uniti.

Una minaccia straniera


Youssouf Ishmaelo

Nel 1898, fa la sua prima comparsa nella storia del wrestling una figura che ne diventerà una costante: l’heel straniero ed esotico.
E lo fa nella figura di Youssouf Ishmaelo, un colossale e pittoresco lottatore turco.
Ishmaelo si era già fatto una reputazione in Francia, dove aveva fatto parte della cosiddetta “Invasione Turca”.
Dopo che un wrestler francese, Joseph Doublier, era stato sconfitto dal suo rivale Fernand Sabès, aveva portato con se dalla Turchia tre lottatori, incluso il colossale Youssouf.
Ishmaelo si fa subito notare per la sua forza disumana e il suo stile di combattimento brutale: il suo match, tenutosi a Parigi, contro Ibrahim Mahmout, è considerato uno dei più violenti di tutti i tempi.
Il turco spezza diverse costole al compatriota, e solo l’intervento di sei poliziotti riesce a evitare un omicidio.
Lo stesso Sabes viene sconfitto, in modo umiliante, in soli quattro secondi.
Antonio Pierri, un lottatore da lui battuto, diventa il suo manager e i due si imbarcano in un tour degli Stati Uniti.
Il “Terribile Turco” è un immediato successo a New York, dove il promoter William Brady offre 100 dollari a chiunque riesca a resistere quindici minuti con lui.
A raccogliere la sfida, in un atto di coraggio o di follia, è George Bothner.
Ma Bothner, per quanto possa essere considerato, pound by pound, uno dei migliori lottatori di sempre, non arriva neanche a settanta chili di peso e non può sperare di competere con il gigantesco turco.
Youssuf sembra indignato dal fatto che un uomo così piccolo abbia osato sfidarlo, e lo fa svenire con uno slam così rumoroso da essere udito da tutto il teatro.
Anni dopo, lo stesso Bothner ricorderà:

“Il Turco mi ha sollevato come se fossi un gattino.
Mai, prima di allora, avevo provato su di me una forza così micidiale.
Prima che potessi muovermi, mi scaraventò sul pavimento con un’energia spaventosa, facendomi svenire sul colpo.
Mi hanno riferito che, dopo la mia caduta, Youssouf mi ha fatto ruotare con un piede, ha dato un’occhiata al pubblico, ha fatto un verso di disprezzo e se n’è andato.
Quando mi sono ripreso, ero un giovane triste, ma anche più saggio.”

Certo, una vittoria come quella su Bothner, data l’enorme disparità di forza e peso tra i due, non sarebbe stata sufficiente a stabilire la fama del Turco.
Ma, dopo il peso leggero, è il turno di Evan Lewis e di Ernest Roeber di affrontarlo.
Youssuf domina Roeber, che, come tutti i praticanti di Greco-Romana, basa molto della sua strategia sulla forza fisica e si trova in difficoltà di fronte a un avversario più possente di lui, di fronte a un pubblico composto, per la prima volta, da un gran numero di donne.
Roeber cerca di evitare l’avversario, che, spazientito, lo afferra semplicemente e lo scaglia fuori dal palco.
Roeber cade sulla sua testa e rimane svenuto per diversi minuti, mentre il pubblico, datolo per morto, cerca di salire sul palco per linciare Youssouf e le urla “uccidete il turco!” riempiono l’arena.
L’evento viene sospeso per evitare problemi d’ordine pubblico, e il lottatore turco scortato all’esterno dalla polizia.
Ovviamente, i promoter sono entusiasti di tutto questo rumore intorno all’incontro e un rematch viene rapidamente organizzato alla Metropolitan Opera House poco più di un mese dopo.
Il nuovo match, se possibile, è ancora più folle e caotico del primo.
Questa volta, per evitare la possibilità di cadute rovinose fuori dal ring, i lati sono circondati da delle corde.
Ancora una volta, Roeber cerca di stancare l’avversario muovendosi intorno a lui, e ancora una volta il Turco si infuria.
Youssuf scaraventa Roeber contro tutti e quattro gli angoli del ring, fino a fracassarli.
Rober reagisce in modo scorretto, assestando due pugni sul volto dell’avversario, provocando così l’intervento del secondo di Youssouf e trasformando l’incontro in una gigantesca rissa.
Anche questa sfida tra i due termina così in un nulla di fatto , ma ci sono pochi dubbi che Youssouf sia emerso come l’uomo migliore.
Un mese dopo, è il turno di Tom Jenkins di affrontare l’invasore straniero.
Di fronte al pubblico più numeroso mai registrato a Cleveland, Jenkins scopre, per la prima volta, che la sua forza non è sufficiente ad avere la meglio su questo avversario.
Nessuna delle sue prese alla vita riesce a smuovere il colosso e, quando Jenkins cerca di afferrarlo alle gambe, Youssouf lo calcia violentemente, per poi lasciare il ring.
Costretto dalla polizia a tornare, sbriga in breve tempo la pratica afferrando Jenkins e scagliandolo fino alla terza fila.
Quando Jenkins non riesce a tornare a combattere, Youssouf si aggiudica l’incontro.
Poco dopo, il Turco sconfigge anche Evan Lewis e, a questo punto, può essere considerato il wrestler più forte del mondo.
Difficile dire dove sarebbe potuto arrivare se un tragico incidente non avesse bruscamente troncato la sua carriera.
La nave sulla quale sta tornando in Europa, infatti, affonda e il Terribile Turco perde la vita assieme a centinaia di altri passeggeri.
Circola una leggenda a proposito della morte di Youssouf: il Turco, non comprendendo l’utilizzo del denaro e non fidandosi di esso, si sarebbe fatto pagare, dopo ogni match, in oro, tenendolo in una borsa che teneva sempre con se.
Sarebbe stato proprio il peso dell’oro a impedirgli di salvarsi durante il naufragio.
Quasi sicuramente si tratta di un’invenzione dei promoter, la propaganda faceva parte, allora come oggi, del mondo del wrestling professionistico.
Antonio Pierri, privato della sua principale attrazione, negli anni successivi importerà dall’Europa una miriade di altri Turchi, ma non riuscirà più a replicare il successo del primo.
Jenkins lotterà contro altri due di questi esotici avversari: il 5 Novembre del 1898 pareggerà, dopo un combattimento durato tre ore, contro Hali Adali e, qualche anno dopo, verrà sconfitto da Noraolah (probabilmente il più gigantesco tra tutti i Turchi) per due cadute a zero.

La sconfitta contro Youssouf e il pareggio con Adali non danneggiano granché la reputazione di Jenkins: questi stranieri mastodontici sono considerati a malapena umani e le loro tattiche sono malviste, in quanto antisportive.
E tuttavia, dopo diversi anni dal suo ultimo incontro con Farmer Burns, Jenkins continua a vedersi negare la possibilità di lottare per il titolo.
Jenkins continua la normale routine dei wrestler dell’epoca, comparendo in una quantità di fiere dove si offre di atterrare chiunque in meno di quindici minuti: sulle centinaia di sfidanti, ben pochi riescono a superare la prova.
Nel frattempo, con la revoca dell’Horton Act, il pugilato viene reso illegale nello stato di New York.
Questo aiuta molto la popolarità del wrestling (all’epoca, sport oggi popolarissimi come basket, football e baseball erano ancora poco diffusi e il wrestling e il pugilato erano le due discipline predilette dagli americani) e spinge molti pugili a passare alla lotta.
Bisogna considerare che, a quei tempi, i confini tra i due sport da combattimento erano molto più indefiniti che oggi: nel pugilato si poteva afferrare l’avversario e scagliarlo a terra (anche se non veniva praticata la lotta al suolo) e tutti i pugili erano soliti lottare come parte della loro preparazione fisica.
Tra i diversi pugili che tentarono la fortuna nel wrestling, il più importante è senza dubbio Tom Sharkey.


“Sailor” Tom Sharkey

Di origini irlandesi, Sharkey aveva iniziato la sua carriera come pugile nella marina.
La sua strategia era piuttosto elementare, anche se efficace: mai fare un passo indietro sul ring, e martellare continuamente l’avversario di pugni.
Era inoltre famigerato per colpire l’arbitro, prendere a testate l’avversario e colpirlo dopo il suono del gong.
Per il suo esordio come lottatore Sharkey sfida Jenkins, ma, data la sua inesperienza nella lotta, l’incontro è un Handicap Match, dove Jenkins deve ottenere due cadute nel giro di un’ora.
Jenkins riesce a vincere, a Cleveland, davanti a 8.000 fan, un incontro piuttosto noioso, dove Sharkey ricorre alla strategia, comune in questo tipo di incontri, di stare sulla difensiva (una difesa, riportano i cronisti sportivi dell’epoca, basata più sulla forza che sulla tecnica) tutto il tempo, cosa che non risulta sufficiente a battere l’esperienza enormemente superiore dell’avversario.
Dopo il successo, stanco di essere escluso dal giro che conta, Jenkins va a trovare lo stesso Farmer Burns in Iowa.
Non sappiamo precisamente che genere di decisioni siano state prese nell’incontro.
Sta di fatto che Jenkins ha un Blood Match (un match shoot tenuto in privato) contro il giovane allievo di Burns, Frank Gotch, e lo sconfigge in meno di un’ora.
E che, dopo questa vittoria, a Jenkins viene finalmente concesso un incontro per il titolo.


Frank Gotch

Nel Novembre del 1901, Tom Jenkins sconfigge Dan Mc Leod, in un incontro durissimo, aggiudicandosi le due cadute finali dopo essere stato battuto nella prima.
Ma Dan McLeod non si dà per vinto.
E Jenkins subisce un grave inconveniente: si infortuna a una gamba durante un match con l’inglese Jim Parr, e l’infortunio peggiora notevolmente in un altro incontro, contro George Bothner.
Jenkins aveva stabilito di dover riuscire a schienare Bothner quattro volte in un’ora, ma riesce a ottenere solo tre cadute: quel che è peggio, la ferita alla gamba diventa infetta, e si tramuta in un grave caso di avvelenamento sanguigno.
In queste condizioni, Jenkins ha in programma un incontro valevole per il titolo con Dan McLeod, una settimana dopo.
Nonostante il parere contrario dei medici, decide di combattere.
Per sostenere la gamba, indossa un tutore con fibbie di ottone, che, nel corso del match, si romperà, conficcandosi nella sua pelle.
Riuscirà comunque a vincere la prima caduta dopo 54 minuti di lotta, ma verrà sconfitto rapidamente nella seconda, in soli 24 minuti.
Jenkins stringe i denti e riesce a presentarsi anche per la terza, ma ormai il dolore è insostenibile e il suo corpo riesce ad andare avanti solo con la forza di volontà.
Al ventesimo minuto, Jenkins offre a McLeod il pareggio, ma l’avversario, fiutando la vittoria, rifiuta e il secondo del campione getta la spugna.
McLeod è tornato campione, ma le circostanze della vittoria, e le voci che lo vogliono aver infierito deliberatamente sulla gamba infortunata, fanno sì che non venga percepito come pienamente legittimato ad indossare la cintura: agli occhi della maggior parte dei fan, Jenkins rimane l’uomo più forte.
E Jenkins lo dimostra da par suo quando, nel Febbraio successivo, sconfigge il giovane pupillo di Burns, Frank Gotch, per due cadute a zero.
Gotch è ancora giovane e non perfettamente formato, e probabilmente Jenkins sfoga si di lui la rabbia per l’ingiusta sconfitta patita contro McLeod: il match diventa presto un bagno di sangue, con il veterano che colpisce ripetutamente Gotch, lacera gran parte della sua pelle con le sue tremende mani, per poi finirlo con la sua Jaw Lock.
Lo stesso Gotch riconosce che Jenkins è l’uomo più duro che abbia mai affrontato:

“Alcuni non riescono a capire perché abbia perso con Jenkins.
Mi ha battuto la Headlock.
Sconfiggerebbe chiunque, una volta messa a segno da un uomo forte come Jenkins.
L’ha applicata su di me mentre eravamo in piedi.
Ho cercato invano di liberarmi.
Jenkins ha cominciato a torcermi la testa, e mi sono passate davanti alla mente tutte le cose sbagliate che ho fatto in vita.
Volevo conservare la mia testa per poterla utilizzare in futuro, così mi sono lasciato cadere al tappeto.”

Gotch, partito dall’Iowa sicuro di vincere, tornerà a casa con una faccia distrutta e il corpo pieno di bende.
A questo punto, Jenkins è pronto per prendersi la sua rivincita contro McLeod, ma deve prima affrontare una delle sfide più insolite della sua carriera.

Tom Jenkins Vs Jack Munroe


Jack Munroe

Infatti, in quel periodo, stava nascendo una nuova stella degli sport da combattimento: Jack Munroe, un minatore di Butte.
In tutto il paese si diceva che il giovane minatore non solo avesse messo in difficoltà il campione di pugilato Jim Jeffries, ma lo avesse addirittura lasciato KO.
In realtà, come spesso succede, la realtà era piuttosto lontana dalla fantasia.
Jeffries, con il suo manager, Bob Fitzsimmons, era impegnato in un tour del paese, che lo vedeva sfidare chiunque a resistere con lui quattro riprese, in modo non dissimile da molti catch wrester.
Munroe, che aveva avuto una breve carriera da pugile prima di tornare a lavorare nelle miniere di rame, si era offerto di sfidare il campione.
Jeffries, divertito dalla baldanza del giovane, aveva probabilmente sottovalutato l’avversario, che, durante il primo round, aveva messo a segno un potente destro sul suo naso.
Durante i round successivi Jeffries, incitato dal suo manager, aveva cercato di sbrigare la pratica, riuscendo per ben due volte a mettere l’avversario al tappeto.
Ma Munroe si era rialzato per continuare a combattere in entrambe le occasioni, resistendo per tutto il quarto round abbracciato all’avversario.
Munroe aveva tecnicamente vinto l’incontro, non essendo riuscito Jeffries a metterlo KO nel tempo stabilito, ma non aveva affatto dominato il macth, ne tanto meno ottenuto un knockout.
Ma le voci fanno presto a correre, e le storie, passando di bocca in bocca, si ingigantiscono, e così si era rapidamente diffusa, in tutti gli Stati Uniti, la leggenda che un giovane e sconosciuto minatore avesse atterrato il celebre Jeffries.
Munroe, dopo avere astutamente rifiutato un rematch, si era da un giorno all’altro tramutato in una celebrità, e i promoter di tutto il paese facevano a gara per accaparrarselo.
Come molti altri prizefighters dell’epoca Jeffries si dedicherà anche al wrestling, e il suo primo match di rilievo sarà proprio contro Jenkins.
L’incontro si svolse il 13 Marzo del 1903 al Madison Square Garden di New York.
Jenkins viene presentato come “il più grande wrestler del mondo” e Munroe come “l’uomo che ha sconfitto Jeffries”.
Munroe è più alto, pesante e giovane, Jenkins ha dalla sua un’esperienza infinitamente superiore e, per questo, l’incontro è un Handicap Match, dove Jenkins deve ottenere quattro schienamenti in un’ora.
Il pubblico impazzirà per l’incontro, entusiasmandosi a ogni minuto di esso.
Munroe frustra i tentativi di avvicinarsi del rivale calciandolo, spingendolo e prendendolo a pugni.
Alla fine, dopo quasi venti minuti di match, Jenkins riesce a chiudere Munroe in una Half Nelson e a schienarlo.
Nelle successive due cadute si ripete il medesimo copione: Jenkins riesce ad avere la meglio grazie alla sua maggiore conoscenza della lotta, ma Munroe, solo grazie alla sua aggressività e vitalità, non è un cliente facile e fa sprecare al veterano molti minuti.
Jenkins si aggiudica la seconda caduta, con una Bar Lock, in venti minuti e la terza, con una hammerlock, in diciassette.
Rimangono solo tre minuti a Jenkins per aggiudicarsi la quarta e decisiva caduta, tre minuti che, più che a un incontro di Catch Wrestling, assomiglieranno a un combattimento senza nessuna regola.
Un giornalista scriverà:

“Pochi possono dire di avere assistito a tre minuti di combattimento più selvaggio di questi.
Come un bulldog, Jenkins ha continuato ad andare in avanti…Munroe tirava pugni, spingeva e graffiava.
Jenkins continuava incessantemente ad avanzare.
Colpendo, calciando, piantando le dita negli occhi e graffiando Munroe ha neutralizzato gli attacchi di Jenkins”

Jenkins riesce a portare Munroe al tappeto ma non lo finalizza e perde il match.
I fan portano in trionfo Munroe.
Entrambi i contendenti sono sanguinanti e pieni di lividi, e non riescono a raggiungere gli spogliatoi sulle loro gambe.

Un mese dopo, a Buffalo, Jenkins ha la possibilità di prendersi la sua rivincita contro McLeod.
Prima del match, torna a lavorare nella fabbrica che lo ha visto muovere i primi passi, e torna in una condizione fisica perfetta.
Il match, nonostante veda coinvolti due lottatori veterani, non è troppo diverso da quello con Munroe: violento e brutale, con entrambi i contendenti che ricorrono a schiaffi e pugni.
Jenkins si aggiudica entrambe la cadute con una Reverse Half Nelson.
All’apice della sua carriera e della sua fama, Jenkins appare un lottatore imbattibile, tanto che il suo rematch con Gotch, fissaro per il Febbraio del 1904 appare a molti come una mera formalità.
Ma Gotch non è più lo stesso lottatore di un anno prima.
La tremenda sconfitta patita contro Jenkins ha rafforzato la sua determinazione anziché indebolirla, e ha imparato a restituire colpo su colpo le tattiche sporche dell’avversario.
I due lottatori si scambiano testate, colpi di gomito e di ginocchia e dita negli occhi.
Dopo solo tre minuti, entrambi sono ricoperti di sangue.
Gotch passa la prima ripresa quasi tutta in posizione dominante, schienando Jenkins dopo 53 minuti di lotta.
Jenkins deve essere trascinato nel suo angolo ma, dopo la pausa, torna alla carica e intrappola Gotch in una micidiale Head Scissors che fa uscire sangue dalla bocca e dal naso del giovane lottatore.
Ma Gotch riesce a liberarsi e, allo stesso modo, rompe tutte le prese di Jenkins, compresi diversi tentativi di strangolamento, una dopo l’altra.
La mascella di Jenkis è sfigurata da un profondo taglio e il suo naso è ridotto a una poltiglia.
Sopraffatto dalla disperazione, colpisce Gotch con un pugno al volto e viene squalificato.
Di fatto la squalifica è più un atto di pietà verso Jenkins che una punizione, visto che il lottatore è ridotto in una condizione nella quale sarebbe stato pericoloso continuare.
Contrariamente alle aspettative, è Frank Gotch ad aggiudicarsi l’incontro e il titolo.
Anche se, negli anni successivi, i due avranno ancora diversi incontri, ormai una nuova stella è emersa nel firmamento del wrestling americano.

Blood Match contro Fred Beell


Fred Beell

Tra i tanti lottatori sconfitti da Jenkins nel corso della sua lunga carriera, c’è anche Harvey Parker, un barnstormer veterano.
Tra i due non c’è solo una rivalità sportiva, ma anche dell’autentico astio.
Parker era il manager di Fred Beell, considerato il più grande specialista di Blood Matches, match shoot con tutte le prese permesse, tenuti quasi sempre in privato, della storia della disciplina.
Beell, che avrà anche un brevissimo regno da campione dei pesi massimi dopo una fortunosa vittoria contro Frank Gotch, compensava la mancanza di forza e peso, era un semplice peso leggero, con una tecnica straordinaria, una velocità abbagliante e una tenacia sovrumana.
Parker cerca dapprima di organizzare un incontro con lo sparring partner di Jenkins, Clarence Bouldin e, al rifiuto di questi, sfida direttamente il campione.
Jenkins accetta la sfida e l’incontro viene fissato per il 9 Giugno del 1905 in una palestra di New York, davanti a una sessantina di spettatori.
Prima del match, viene preso in disparte e gli viene detto di non lasciare intentato nessun mezzo per portare a casa la vittoria.
Quando i due atleti si fronteggiano al centro del ring, la differenza di stazza salta agli occhi di tutto il pubblico; Beell sembra un bambino di fronte al suo possente avversario.
E tuttavia, il tedesco non gioca sulla difensiva, adottando invece uno stile aggressivo.
Le consuete prese al corpo di Jenkins non hanno effetto su Beell, che riesce sempre a liberarsene con la sua agilità.
Poi, approfittando di un momento in cui Jenkins, nel tentativo di chiudere una Half Nelson, si sbilancia, lo schiena.
A soprese, il piccolo peso leggero si è aggiudicato la prima caduta, dopo due ore e quarantatré minuti di estenuante lotta.
Nella secondo, Jenkins parte all’attacco come una tigre, cogliendo alla sprovvista il rivale e schienandolo in meno di un minuto.
E anche nel terzo, la maggior forza di Jenkins gli permette di avere la meglio, dopo circa venticinque minuti.
Alla fine, Tom Jenkins esce vincitore, ma si è trattato di uno degli incontri più impegnativi della sua carriera.

Rimasto senza titolo, Jenkins compie per la prima volta un tour dell’Inghilterra e sfida il grande Hackenschmidt.
Hackenschmidt, caratterizzato da un fisico incredibilmente sviluppato e muscoloso era uno specialista di Lotta Greco-Romana che, nel suo tour inglese, aveva iniziato a impratichiersi anche nel Catch Wrestling.


Hackenschmidt, “The Russian Lion”

I due si affrontano, secondo le regole della Greco-Romana, all’Albert Hall, davanti a 6000 spettatori.
Il Jenkins che lotta in Inghilterra è molto diverso da quello statunitense: corretto e leale, nonostante un fisico che comincia ad appesantirsi, si guadagna i favori del pubblico locale.
Anche se Hackenchmidt lo sconfigge in circa 35 minuti, l’applauso che il pubblico gli riserva è caloroso quanto quello tributato al vincitore.
Dopo il match, però, emergono delle voci insistenti sulla sua predeterminazione: Hackenschmidt abbandona Londra e si sposta in Australia, la sua reputazione sul suolo inglese troppo compromessa.
Jenkins torna negli Stati Uniti, dove i tre mesi tra Marzo e Maggio del 1905 saranno tra i più intensi della storia dello sport.
A Marzo, in un Madison Square Garden pieno di appassionati, Jenkis sorprende Gotch riconquistando il titolo.
Anche questo match è circondato da controversie, con molti tifosi che accusano i lottatori di avere orchestrato tutto per privare gli scommettitori dei loro soldi.
E, in effetti, l’andamento dell’incontro lascia adito a molti dubbi, con Jenkins che si aggiudica la prima caduta e Gotch che, nella seconda, ha la meglio in appena sei minuti, con una incredibile dimostrazione di vigore.
Dimostrazione così convincente che le scommesse virano decisamente verso Gotch, che però perde inaspettatamente la terza ripresa e il match.
Nonostante i molti dubbi sulla legittimità della contesa con Gotch, l’incontro tra Hackenschmidt e Jenkins risulta essere una grande attrazione.
Il fisico scultoreo dell’europeo fa una grande impressione sul pubblico statunitense, con persone che arrivano a pagare somme consistenti anche solo per vederlo allenare.
Il match viene vinto da Hackenschmidt che, in una incredibile dimostrazione di forza, afferra Jenkins per le spalle e lo scaraventa a terra.
La popolarità di Hackenschmidt fa dimenticare al pubblico americano alcuni dettagli: non è un po’ strano, ad esempio, che un lottatore, per sua stessa ammissione, alle prime armi nel Catch Wrestling batta senza difficoltà un uomo di enorme esperienza nello stile?
Senza contare che Lurich, un altro lottatore e il principale accusatore di Hackenschmidt nello scandalo inglese, aveva rivelato alla stampa di essere venuto a conoscenza di un accordo, per cui Jenkins avrebbe acconsentito a perdere il titolo mondiale contro Hackenschmidt in un incontro negli Stati Uniti.
Senza poter avere alcuna certezza su affari svoltisi dietro le quinte più di un secolo fa, sappiamo però che Jenkis ammetterà, più avanti nella sua vita, di avere perso molto denaro in un investimento sbagliato, oltre a essersi spesso lamentato, con gli amici, dei pochi soldi che circolavano nel mondo della lotta.
Le difficoltà economiche potrebbero averlo spinto ad accettare accordi poco onorevoli in cambio di denaro.
Due settimane dopo il controverso match con Hackenschmidt, Jenkins difende il suo titolo americano, nuovamente contro Gotch, in un incontro descritto dal New York Times come sensazionale.
I due si contestano a vicenda numerose irregolarità, con Jenkins che mostra all’arbitro il suo avambraccio insanguinato come prova che Gotch lo ha morso, e combattono per più di due ore senza aggiudicarsi una sola caduta.
Gotch, esausto, deve essere portato via in barella e Jenkins mantiene il titolo.


Tom Jenkins

Ma ormai, i suoi giorni di lottatore stanno svolgendo al termine.
Arrivato a 33 anni, e con un corpo sempre più appesantito, Jenkins è pronto a appendere gli stivali al chiodo.
Nel Maggio del 1906, Jenkins perde il suo ultimo match contro Gotch, consegnandoli in via definitiva il titolo di campione americano.
Il presidente Theodore Roosvelt, grande appassionato di pugilato e di lotta, lo nomina istruttore presso West Point, e lì Jenkins passerà il resto della sua vita, insegnando le tecniche di combattimento grazie alle quali ha dominato la scena del wrestling per tanti anni ai cadetti.
Jenkins continuerà la sua carriera di insegnante fino al 1942.
Morirà nel 1957, e con lui si spegnerà uno degli ultimi testimoni di un’importante era del wrestling professionistico.

 

Nicola Medici

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