Le sfide tra pugili e lottatori che hanno segnato la storia del wrestling

“L’ho sempre detto: nessun pugile può competere con un buon lottatore”
Ray Steele

“In novantanove combattimenti su cento, il lottatore vince sul pugile”
James J.Corbett

“Un buon lottatore è in grado di sopraffare anche il miglior pugile, perché è in grado di metterlo in una posizione nella quale non può fare nulla”
Farmer Burns

 

Royce Gracie, con le sue vittorie nelle prime quattro edizioni dell’UFC, è unanimemente considerato una delle figure più rivoluzionarie negli sport da combattimento moderni.
I suoi successi hanno riportato al centro della scena delle arti marziali il grappling, rivelatosi una tecnica di combattimento micidiale e in grado di sopraffare rapidamente un combattente incentrato sui colpi, ma a digiuno di tecniche lottatorie.
E tuttavia, quella che in epoca moderna è stata considerata una rivoluzione, e che ha segnato il crollo di molte certezze, non avrebbe stupito granché il pubblico statunitense degli anni ’20.
Nella cosiddetta “epoca d’oro dello sport americano”, il pugilato e il Catch Wrestling dominavano la scena dell’agonismo, più popolari di qualsiasi altra disciplina.
I destini dell’uno erano spesso incrociati con quelli dell’altro: i momenti di popolarità del pugilato segnavano un calo d’interesse verso il Wrestling, e, viceversa, i periodi di buio della “nobile arte” corrispondevano a quelli di massimo successo del Wrestling.
Frank Gotch, con tutta probabilità, non sarebbe diventato il più popolare sportivo degli Stati Uniti se il titolo dei pesi massimi fosse stato detenuto da un pugile diverso da Johnson, un nero, cosa inaccettabile in una nazione dove i linciaggi erano ancora all’ordine del giorno.
La tentazione di confrontare i due stili, per verificare quale fosse il più forte, era inevitabilmente forte e i risultati, nonostante la bruttezza dei match, non lasciavano molto adito ai dubbi: i Catch Wrestler erano indubbiamente avvantaggiati rispetto ai pugili.
In quel periodo, tutti pensavano ai lottatori come agli uomini più forti del mondo.
In questo articolo, ripercorreremo insieme i Mixed Match più significativi.

Ed Lewis contro Jack Dempsey

Sarebbe stato l’incontro più importante, dato il livello dei nomi coinvolti, di tutti, ma, nonostante tutti gli sforzi, non si è mai riusciti a realizzarlo.
Ed Lewis, considerato uno dei più grandi shooter di tutti i tempi, era l’incontrastato campione del Catch Wrestling.
Jack Dempsey, il “Massacratore di Manassa” uno dei pugili più aggressivi e forti di tutti i tempi.
Cresciuto in mezzo alle risse da bar e famoso per aver atterrato a pugni uomini che lo superavano anche di cinquanta chili, era uno specialista nel superare la guardia del suo avversario per mettere a segno colpi terribili sulla corta distanza.
Tutto iniziò con una sfida lanciata da Billy Sandow, il manager di Ed “Strangler” Lewis, che depositò 5.000 dollari, presso un giornale sportivo di Nashville, nel Marzo del 1922, per garantire un match tra i due.
Dempsey avrebbe sia potuto combattere a mani nude che lottare, Lewis si sarebbe affidato esclusivamente al Catch Wrestling.


Jack Dempsey

Seguì un infuocato scambio di sfide e controsfide tra i due manager e i due atleti; tanta pubblicità che si risolse però in un nulla di fatto.
Quale sarebbe stato l’esito del match?
Jack Dempsey non sembrava avere dubbi:

“Ho praticato molta lotta come parte dei miei allenamenti, e penso di avere un’esecuzione perfetta della Toehold e della Headlock.
Se riuscirò a vincere la prima caduta, allora comincerò a fare uso dei pugni.
Ma, chissà, forse potrei anche batterlo senza dovergli spaccare la mascella.”

Altrettanto sicuro di se era Ed Lewis:

“Me ne starò sulla difensiva fino a quando non riuscirò a metterlo in una presa, e, quando lo farò, non avrà neanche una possibilità su mille di colpirmi abbastanza duramente da mettermi KO…non sa come liberarsi dalle tecniche di lotta e io sono più forte di lui…se mi metterò in una posizione bassa i suoi colpi non avranno forza.
Se mi colpirà sulla sommità del cranio a mani nude, si spaccherà le ossa.
Mi getterò a terra, gli afferrerò le gambe, e, una volta che lo avrò atterrato, me lo mangerò a colazione.”


Ed Lewis

Entrambe le dichiarazioni sono da prendere con cautela, trattandosi, chiaramente, di pubblicità a uso e consumo della stampa, ma sono senz’altro indicative degli opposti stili di combattimento dei due uomini: tanto aggressivo Dempsey quanto difensivo, e, a detta di molti, noioso Lewis.
Perché, alla fine non si fece nulla del match?
In parte per colpa di Lewis: si sarebbe dovuto incontrare con Dempsey e Kearns (il manager del pugile), ma pensò bene di farsi arrestare la notte prima a Tijuana, per una rissa durante una festa.
Nonostante l’incidente venne tenuto nascosto alla stampa, ormai il danno era stato fatto: Lewis saltò l’incontro e, probabilmente, l’incontro più remunerativo di tutta la sua carriera.
La pubblicità continuò per tutto il resto dell’anno, e, a un certo punto, la stampa scrisse che Dempsey aveva accettato di combattere a New York.
Ma, alla fine, anche questo accordo finì nel nulla.
Molti anni dopo, Sandow accusò Kearns di essere il responsabile del nulla di fatto.
Il manager di Dempsey era stato, precedentemente, nel business del wrestling e ne conosceva la mentalità.
Non poteva non sospettare, quindi, che l’incontro si sarebbe risolto in uno shoot, indipendentemente dagli accordi raggiunti in precedenza.
Entrambi gli uomini continuarono la loro carriera come campioni nei rispettivi sport, e possiamo solo fare delle congetture sull’esito della sfida.

Anche se l’epico match con Ed Lewis non ebbe mai luogo, Jack Dempsey continuò a frequentare il bizzarro mondo del wrestling professionistico.
Durante gli anni ’40, ormai ritirato e fuori forma, svolse il ruolo di arbitro in diversi incontri di lotta.
Ancora famoso, la sua presenza attirava spettatori e aumentava gli incassi.
Spesso, finiva per fare a pugni con un qualche wrestler che non ubbidiva alle sue decisioni.
Si trattava chiaramente di work, ma Dempsey non riusciva a trattenersi troppo, e ogni tanto scappava qualche colpo particolatmente duro.
In un’occasione, questo vizio rischiò di dare luogo a un’autentica tragedia.
Clarence Luttral, colpito duramente da Dempsey alla mascella, provocò una rissa con l’ex pugile nel backstage.
Il promoter Max Waxman, fiutando l’opportunità di fare un bel po’ di quattrini, decise di sfruttare l’autentica animosità tra i due per organizzare un match.
Non si trattò di un vero e proprio Mixed Match: entrambi gli uomini indossavano dei guantoni da pugilato e si combatté secondo le regole di questo sport.
L’incontro ebbe luogo il 1 Luglio del 1940, davanti a 10.000 spettatori entusiasti, ad Atlanta.
Dempsey non si era allenato in modo particolarmente intenso per l’incontro, sicuro che sarebbe stato una passeggiata, e la sua mancanza di fiato lo dimostrò.
Tuttavia, Luttral, invece di sfruttare la debolezza del suo avversario, scelse la tattica di affrontarlo a viso aperto, scambiando colpi con lui.
Il wrestler venne messo KO quattro volte nel primo round, finendolo in ginocchio.
Tuttavia, Dempsey ansimava e sudava copiosamente.
Rendendosi conto di dover sbrigare la faccenda al più presto, l’ex campione si lanciò in un attacco furibondo su Luttral.
Un micidiale gancio sinistro scaraventò a terra il lottatore per un conto di otto.
Un altro terribile pugno sollevò letteralmente il wrestler da terra, che tuttavia, con la forza della disperazione, riuscì a rialzarsi.
Luttral ormai, non riusciva a reggersi in piedi, il naso e la bocca che sanguinavano copiosamente.
Un altro pugno e volò fuori dal ring, sbattendo violentemente la testa e svenendo.
Dopo 35 minuti, Luttral non era ancora tornato in sé, e fu trasportato d’urgenza in ospedale.
Ripresosi, dopo circa un’ora, nei mesi successivi proseguirà la sua carriera di wrestler.
Ma non si riprenderà mai del tutto dalla terribile serie di colpi ricevuta quel giorno.

“Kingfish” Levinsky contro Ray Steele


“Kingfish Levinsky”

Uno dei Mixed Matches più significativi, se consideriamo l’abilità e il livello degli atleti coinvolti, è quello avvenuto il 9 Novembre del 1935, tra “Kingfish” Levinsky e Ray Steele.
Levinsky era un importante peso massimo, e aveva combattuto contro Joe Louis, Primo Carnera e Max Baer.
Brawler dallo stile piuttosto selvaggio, in alcune occasioni aveva continuato a colpire l’avversario da sopra le spalle dell’arbitro, mentre questo cercava di separarli.
Poteva vantare vittorie su Jack Sharkey e Charley Retzlaff.
Ray Steel, il cui vero nome era Pete Sauer, era uno shooter duro e pericoloso, maestro di Catch Wrestling, e ex “policeman” di Joe Stecher.


Ray Steele

I due si erano accordati per un match di dieci riprese da tre minuti.
Di fronte a 12.000 spettatori, Levinsky aprì il match stando sull’offensiva, con un veloce pugno solo parzialmente parato da Steele.
Il wrestler passò rapidamente al contrattacco, bloccando l’avversario con una presa al corpo e costringendolo contro le corde.
Separati dall’arbitro, i due ricominciarono al centro del ring.
Steele, dopo avere evitato un gancio destro, trascinò a terra Levinsly e lo immobilizzò, aggiudicandosi la vittoria dopo circa 35 secondi.

Midget Fisher contro Houston Ash

Houston Ash, un peso massimo dilettante di Kansas City condivideva l’opinione attuale di molte persone: il wrestling è solo una pagliacciata, e i wrestler non hanno alcuna reale capacità di combattimento.
Un giorno, nella palestra di Kansas City, espresse ad alta voce la sua opinione alla presenza di Midget Fischer, campione di wrestling dei pesi medi e leggeri.
Ma Fischer non era solo un intrattenitore, ma un autentico shooter.
Offeso dai commenti del pugile, lo sfidò a un combattimento.
I due si accordarono per in incontro privato, e il promoter locale Gabe Kaufman, che da anni stava cercando di organizzare un incontro tra un pugile e un lottatore, sfruttò l’animosità tra i due proponendo loro un match pubblico.
Le regole erano particolari: Ash non avrebbe dovuto indossare guantoni, ma solo avere le mani fasciate.
La particolare stipulazione sembrava favorire, e di molto, Ash: già molto più forte e pesante di Fischer avrebbe potuto sia colpire che afferrare l’avversario.
Ma le cose andarono in modo un po’ diverso.
Il match si tenne il 16 Giugno del 1932, alla Memorial Hall.
Entrambi gli atleti si prepararono duramente per l’incontro: Ash utilizzò come sparring parner il wrestler Jack Hader e, durante una sessione di allenamento, lo fece svenire con un pugno, Fischer si preparò con l’esperto Jack Spurgeon.
Fischer combatte seguendo una strategia ben precisa: appena iniziato il combattimento, fece un passo in avanti verso il pugile, come se volesse afferrarlo.
Ash, vedendo l’avversario chiudere la distanza, fece partire un gancio nel tentativo di prenderlo in controtempo, ma Fischer, prevedendo la mossa, si spostò subito indietro, facendo andare il colpo a vuoto e lasciando l’avversario sbilanciato.
A questo punto, si abbassò e si lancio contro il pugile con la forza di un ariete, facendolo schiantare rovinosamente a terra.
Una volta portato il combattimento sul terreno a lui più congeniale, per uno shooter esperto come Fischer fu un gioco da ragazzi ottenere lo schienamento.
Tutto si era svolto così rapidamente che l’arbitro non sembrava aver capito bene cosa fosse successo.
Fischer dovette fargli notare che l’incontro era finito.
Il tutto era durato meno di un minuto, e Ash non era stato capace di mettere a segno neanche un colpo.
Si può immaginare che, da quel giorno, la sua opinione del wrestling sia stata un po’ migliore.

John Pesek contro George Godfrey e Jumbo Dixon

“Big” George Godfrey era un gigantesco pugile di colore, lo sparring partner del grande campione Jack Dempsey.
In realtà, alcuni sostengono che Godfrey non fosse un semplice sparring partner, ma che svolgesse la funzione di “policeman”, in modo analogo a quanto avveniva, all’epoca, nel mondo del wrestling professionistico.
Sfidanti indesiderati, incluso il grande Harry Wills, sarebbero stati tenuti lontani dalla minaccia di un incontro con lui.
Dopo la sua carriera con Dempsey, Godfrey divise il suo tempo tra il pugilato e il wrestling, diventando un’attrazione in entrambe le discipline.
Nel 1931, Godfrey sfidò John Pesek in un Mixed Match, ma il promoter di Columbus, Al Haft, organizzò invece un semplice incontro di wrestling.
Non che cambiasse molto, per Godfrey: certo, con le regole del Catch Wrestling non poteva sferrare colpi a mano chiusa, ma i suoi schiaffi avevano già fatto volare molti wrestler da una parte all’altra del ring.


George Godfrey

I due si fronteggiarono il 24 Giugno del 1931, a Haft’s Acre.
John Pesek sembrava un bambino di fronte al possente ex pugile nero, che lo sopravanzava di quasi trenta chili.
Dopo un inizio cauto, Godfrey sferrò un attacco violento, chiudendo Pesek in un angolo e martellandolo di colpi a mano aperta, fino a scagliarlo fuori dal ring.
Pesek venne contato fuori, e Godfrey si aggiudicò il primo round.
Ma, nel secondo round, Pesek ebbe modo di prendersi la sua rivincita, colpendo l’avversario con dei violenti pugni alla bocca dello stomaco, per poi scaraventarlo a terra approfittando del suo momentaneo stordimento.
Con una caduta a testa, si sarebbe dovuto combatterne una terza per stabilire il vincitore, ma Godfrey ne aveva abbastanza e si rifiutò di continuare a combattere.
La vittoria fu quindi assegnata a Pesek.
Anni dopo, nel 1939, il promoter di New York Joe Jacobs volle organizzare un incontro tra l’allora campione dei pesi massimi Joe Louis contro un wrestler.
Non un incontro di pugilato, ma un incontro con tutte le prese e i colpi permessi.
Non appena Pesek, nel suo ranch di Ravenna, ebbe notizia della sfida, rilasciò immediatamente una dichiarazione in cui si diceva pronto ad accettarla e disposto a scommettere 50.000 dollari sull’esito.
Pesek dichiarava:

“Ora, non credete alla barzelletta che Louis mi farà svenire, perché lo metterò con la schiena a terra in meno tempo di quello che impiega lui a battere i dilettanti che lo sfidano.”

Tuttavia, né Jacobs né Louis vennero informati della cosa, e Pesek non ebbe mai l’opportunità di confrontarsi con il campione.
Alla fine, Pesek competé in un autentico Mixed Match il 19 Settembre del 1944, nella sua terza decade di attività come wrestler, ma ancora dotato di una straordinaria forma fisica.
Il suo avversario era un peso massimo locale, George “Jumbo” Dixon.
Dixon riuscì a mettere a segno diversi colpi alla testa, ma nessuno sufficientemente duro da mettere a terra il veterano lottatore.
L’arbitro dovette intervenire diverse volte, perché entrambi gli atleti ricorsero spesso e volentieri a testate e gomitate.
Alla fine, nell’ottavo round, Pesek trascinò a terra l’avversario e ottenne rapidamente uno schienamento con un Hook Scissors.
L’arbitro gli diede uno schiaffo sulla schiena per segnalarli la sua vittoria.

Un altro successo per un wrestler in un incontro misto.

Gene LeBell contro Milo Savage

Non si può certo dire che Gene LeBell abbia avuto una vita noiosa.
Campione di Judo, wrestler professionista, artista marziale e stuntman, ha svolto con grande successo tutte le attività più pericolose e eccitanti che un essere umano possa svolgere.
Nel mondo del cinema è famoso per uno scontro con il celebre attore Steven Seagal, noto per la sua arroganza e per trattare brutalmente gli stuntman, al quale ha dato una dura lezione, strangolandolo fino a farlo svenire.
Nel mondo del wrestling, la sua fama è legata soprattutto a un match con il pugile Milo Savage.
La madre di LeBell, Aileen Eaton, era la più importante promoter, sia di pugilato che di wrestling, di Los Angeles ed è stata la prima donna a entrare nella prestigiosa International Boxing Hall Of Fame.
Il piccolo LeBell era affascinato dalla boxe, ma la sua famiglia era contraria a che lui la praticasse e così comincio a prendere, dalla più tenere età, qualche lezione di Catch Wrestling.
La leggenda narra che sia stato il grande Ed “Strangler” Lewis a introdurlo alla lotta, quando aveva solo sette anni.


Gene LeBell

Ovviamente, Lewis si limitò a giocare con un bambino così piccolo, ma, ciononostante, una leggera presa del colossale wrestler (all’epoca Lewis era arrivato a pesare più di 130 chili) fu più che sufficiente a lasciare stordito LeBell per dieci minuti.
Furono queste precoci lezioni di Catch Wrestling a permettergli di sfondare nel mondo del Judo, vincendo i campionati nazionali del 1954 e del 1955.
Dopo questi successi, LeBell si dirigerà in Giappone, dove avrà modo di allenarsi direttamente alla Kodokan, con i migliori judoka del mondo.
Sempre in Giappone, LeBell inizierà a indossare il suo famoso judogi rosa.
La cosa iniziò come un incidente: LeBell lavò per sbaglio l’indumento insieme a vestiti rossi.
Ma, invece di vergognarsene, trasformò la cosa in un suo marchio distintivo.
Anche perché, allenarsi in una palestra di judo vestito di rosa gli attirava molte battute maligne, offrendogli dunque la scusa perfetta per dare una lezione ai provocatori.
E tuttavia, per quanto il Judo sia uno sport dal grande fascino, non permette certo di arricchirsi, e così LeBell decise di seguire la tradizione di famiglia e di diventare un wrestler professionista.
All’epoca, il pro wrestling aveva quasi completamente abbandonato le sue radici di autentica disciplina da combattimento ed era diventato lo spettacolo che è ancora oggi.
Non deve quindi stupire che LeBell fosse considerato da tutti un worker francamente orribile: anonimo, incapace di coinvolgere il pubblico e, nonostante le sue indiscutibili qualità di combattente, anche poco credibile nelle sue azioni.
Nonostante le sue parentele, non andò mai oltre il midcarding.
E tuttavia, la sua famiglia trovò presto il modo di utilizzarlo.
Scrive Freddie Blassie nella sua autobiografia:

“Non solo era uno dei migliori artisti marziali del paese, si era anche allenato nel wrestling con alcuni degli shooter più micidiali nel business.
Quando la sua famiglia aveva bisogno di qualcuno che mettesse in riga un wrestler che non voleva attenersi al programma, tutto quello che doveva fare era aprire la porta della sua camera e dirgli di prepararsi.”

Nell’Agosto del 1963, il “Rogue Magazine”, una sorta di “Playboy” di serie B, ospitò un articolo di Jim Beck in cui il Judo veniva pesantemente deriso, e i judoka venivano sfidati a combattere contro un pugile professionista, con mille dollari come ricompensa in caso di vittoria.
Scriveva Beck:

“Imbecilli del Judo, ascoltatemi tutti!
Una cosa è spezzare tavole di legno e mattoni, un’altra, completamente diversa, è salire sul ring con un bersaglio addestrato e assai meno cooperativo.
Il mio denaro è pronto.”

Beck dimostrava una notevole ignoranza, confondendo il Judo con le esibizioni di rottura di oggetti tipiche del Karate.
E tuttavia, non tutti, nell’ambiente della arti marziali statunitensi presero la cosa in ridere.
Ed Parker, il fondatore del Kempo, era intenzionato a raccogliere la sfida, e conosceva l’uomo giusto.
LeBell racconta che non aveva saputo nulla della faccenda fino a quando Parker non si presentò nel suo dojo:

“Ed Parker mi mostrò l’articolo e mi disse:
<Voglio che sia tu a combattere contro questo tizio.>
<Perché io?> risposi.
<Perché sei il più sadico bastardo che conosco> replicò.
Certo, per mille dollari gli dissi che avrei combattuto anche con la mia bisnonna, anche se lei mi avrebbe picchiato.
Mille dollari erano un mucchio di soldi, all’epoca, e, con il denaro che avrei scommesso su di me, avrei finito col guadagnare parecchio.”

Ci sono diverse versioni sulle regole con cui si svolse il combattimento: LeBell racconta che furono stabilite la notte stessa, mentre Dewey Falcone, il suo avvocato, in una intervista al Black Belt Magazine mette in chiaro che furono stabilite con mesi di anticipo.
Beck scelse come pugile Milo Savage non un atleta particolarmente importante, e, a 39 anni, ormai lontano dalla sua forma migliore, ma aveva comunque dalla sua molta esperienza e un colpo potente, avendo vinto 24 incontri per KO.
1500 spettatori affollavano il Fair Grounds Coliseum, a Salt Lake City.
LeBell poteva solo lottare, mentre Savage poteva sia lottare che usare i pugni.
Il pugile si presentò all’appuntamento con le mani protette da guanti molto leggeri e coperti da placche di metallo, praticamente dei tirapugni, e, anche se, secondo gli accordi, avrebbe dovuto indossare una divisa da Judo, ne utilizzò una da Karate, molto più difficile da afferrare.
Fu subito evidente che i due uomini si temevano a vicenda: nel primo round si limitarono a studiarsi, con Savage che mise a segno un jab e LeBell che lo afferrò, senza riuscire a portarlo a terra.
Nel secondo round, LeBell riuscì a trascinare il pugile a terra, con Savage che continuava a tempestarlo furiosamente di colpi, ma non seppe chiudere una Armlock.
Anche il terzo round si risolse in uno stallo, con LeBell che chiuse l’avversario in un angolo e tentò di strangolarlo, mentre il pugile lo bersagliava di colpi al corpo.
Evidentemente Savage aveva preso qualche lezione di lotta, per riuscire a neutralizzare con efficacia le prese del rivale.
Solo nel quarto round LeBell riuscì ad avere la meglio, trascinando Savage al suolo e facendolo svenire con uno strangolamento.
Il pubblico, che aveva incitato a voce alta Savage per tutta la durata del match, non gradì particolarmente il finale, e cominciò a lanciare ogni genere di oggetto sul ring.
Un fan cercò addirittura di accoltellare LeBell mentre tornava nello spogliatoio.

Antonio Inoki contro Muhammed Alì

Uno dei più grandi, e sicuramente il più famoso, pugili di tutti i tempi, Muhammed Alì fu sempre affascinato dal mondo del wrestling.
Il suo inimitabile stile nelle interviste fu ripreso da quello di Gorgeous George, che ebbe modo di vedere dal vivo da ragazzino.
Antonio Inoki, d’altro canto, è considerato una delle più grandi star del wrestling professionistico.
Il match tra i due nasce dal tentativo di Inoki di accreditarsi non solo come pro wrestler, ma anche come un legittimo praticante di arti marziali.
La strategia serviva a contrastare il rivale Baba, che, con la sua AJPW e i suoi rapporti con la NWA, rischiava di eclissare Inoki e di diventare l’unico e vero erede del grande Rikidozan.
Inoki aveva già sconfitto Wilhelm Ruska, medaglia d’oro di Judo alle Olimpiadi, nel Febbraio del 1976 in un match, chiaramente work, che aveva attirato molto scetticismo da parte della comunità marziale.
Allenato da Karl Gotch, un autentico shooter, Inoki possedeva indubitabilmente delle reali capacità di lotta, ma il pro wrestling era ormai troppo universalmente screditato per essere preso sul serio.
Alì, all’epoca, era al culmine della sua fama e uno dei neri più ricchi degli Stati Uniti.
Ma la sua carriera di pugile era decisamente nella sua fase calante.
Un anno dopo il suo ultimo match con Joe Frazier, cominciavano a circolare voci insistenti sul suo ritiro.
E un incontro con un wrestler professionista era considerato da molti una vergogna.
Red Smith, uno dei più importanti giornalisti sportivi degli Stati Uniti, scrisse:

“Forse è ingenuo pensare che un campione mondiale debba comportarsi come un campione mondiale.
Dopotutto, il pugilato è un business, adesso più che mai visto che ogni incontro del campione è una produzione multimilionaria.
Forse è irrealistico aspettarsi qualcosa di diverso dal campione che una farsa tenuta in un circo.
Nonostante ciò, molti considereranno l’incontro la morte del pugilato.”

E tuttavia, Alì aveva un ottimo motivo per voler fare il match: sei milioni di dollari, la paga più alta di tutta la sua carriera.
Inoki e Alì si lanciarono in un tour promozionale, insieme a Freddie Blassie, scelto per il ruolo perché famoso sia in Giappone che negli Stati Uniti, dove non si risparmiarono frecciatine.
Alì soprannominò il campione giapponese “Pellicano”, per via del suo mento prominente.
Da parte sua, Inoki rivelò ai giornalisti americani che, in preparazione del match, stava seguendo un insolito metodo d’allenamento per irrobustirsi la mascella: tutti i giorni un lottatore saliva con i piedi su di essa per cento volte.
Il piano per rendere l’evento fruttuoso era semplice: in ogni grande città il match sarebbe stato trasmesso a circuito chiuso, dopo uno show locale.
Tuttavia, solo il promoter Vince McMahon Sr. Assunse un ruolo attivo nel promuovere l’incontro.
La 
NWA, inizialmente interessata, e che avrebbe dovuto organizzare un Mixed Match tra il campione Terry Funk e il pugile Henry Clark, finì per lasciar cadere il progetto.
Così, in molti territori, lo storico incontro non poté godere di una grande pubblicità, ma a New York, regno di McMahon, l’attenzione fu alta.
McMahon sfruttò l’occasione mettendo in piedi una card eccezionale, con, nel Main Event, Bruno Sammartino contro Stan Hansen e la sua attrazione più grande, André The Giant, contro il pugile Chuck Wepner.
Nelle settimane prima del match, Alì fece la sua apparizione in uno show, con un run in durante un match di Gorilla Monsoon, che se lo caricò sulle spalle e lo scagliò via con una Spinning Airplane.
E tuttavia, le cose cambiarono non appena Alì arrivò in Giappone.
Da una parte il pugile,o, con maggiore probabilità, qualcuno nel suo entourage, era irritato dall’idea di essere associato con uno spettacolo considerato da tutti finto.
Dall’altra, si cominciava forse a nutrire qualche dubbio sulle reali intenzioni di Inoki, che poteva essere tentato dall’idea dello shoot, per guadagnarsi la reputazione di avere sconfitto il più celebre combattente del mondo.
Timore non del tutto infondato, se consideriamo che lo stesso Rikidozan, il padre del Puroresu, aveva colpito a tradimento Masahiko Kimura in un incontro che avrebbe dovuto essere work.
Non aiutavano a alleviare le tensioni le conferenze stampa di Alì, dove il loquace atleta si lasciava andare a considerazioni offensive nei confronti di Inoki.
Scriveva il Wrestling Observer:

“Quando Alì arrivò in Giappone, dieci giorni prima del combattimento, i media lo seguivano ovunque.
Alì e Inoki tenevano continuamente conferenze stampa, con Alì che faceva sensazione con i suoi scherzi su Inoki, che chiamava Il Pellicano, e dicendo che lo stava rendendo famoso, visto che prima non lo conosceva nessuno.
Alì pensava di stare dicendo la verità, perché negli Stati Uniti nessuno conosceva Antonio Inoki, ma in Giappone la cosa era considerata un grave insulto.”

Gli uomini di Alì erano consapevoli del fatto che la NJPW non poteva permettersi di cancellare il match: dopo tutto il denaro e la pubblicità che avevavo investito in esso, sarebbe stato un terribile disastro.
E così, non solo riuscirono a ottenere che il match non fosse predeterminato ma autentico, ma imposero regole draconiane per impedire a Inoki di vincere.
Niente takedown al di sotto della cintura.
Niente pugni a mano nuda.
Niente calci alla testa o al corpo.
Niente back suplex, la tecnica di lotta preferita da Inoki.
Al suolo, niente sottomissioni o Ground And Pound.
Inoltre, Alì, toccando le corde, avrebbe potuto far ricominciare il match con entrambi gli uomini in piedi al centro del quadrato.
Praticamente, Inoki avrebbe dovuto combattere con le mani legate dietro alla schiena.
Nei giorni immediatamente precedenti all’incontro si respirò un’atmosfera più seria, e diversi giornalisti annotarono che molti insider ritenevano che sarebbe stato uno shoot.
A Tokyo, l’interesse era alle stelle.
I biglietti per i posti più vicini al ring venivano venduti a mille dollari, una cifra incredibile per l’epoca.
Il match risultò essere singolare.
Inoki si lasciò immediatamente cadere a terra, e da lì cominciò a massacrare di calci le gambe di Alì.
Il pugile riuscirà a portare solo cinque pugni in tutto il match.


Un momento del match

Inoki, d’altra parte, andò a segno 64 volte con i suoi calci, alcuni dei quali particolarmente dolorosi, e atterrerà Alì in diverse occasioni.
Gli effetti sul pugile erano evidenti: Alì terminerà l’incontro zoppicando vistosamente e non aveva idea di come difendersi da una simile strategia.
Il pubblico, alla Budokan Hall, comincerà a fischiare sonoramente i due atleti già all’inizio del secondo round e, al termine, sarà furibondo.
Per tutto il match, Alì continuò a provocare Inoki, invitandolo ad alzarsi e a combattere come un uomo.
Per tutta risposta, Inoki continuò a massacrargli le gambe.
Alla fine, queste saranno cosi malconce che il medico personale di Alì, Ferdie Pacheco, lo farà ricoverare in ospedale.
Quella che doveva essere una farsa, finirà per provocare degli effetti duraturi sulla salute e la carriera del pugile.
Alì dichiarerà ai giornalisti, subito dopo il combattimento:

“Non avrei accettato questo match, se avessi saputo che avrebbe fatto questo.
Nessuno sapeva cosa sarebbe successo.
Così abbiamo avuto uno show di nessun interesse.
Ha comunque dimostrato che i pugili sono superiori ai wrestler.
Non si è alzato in piedi, combattendo come un uomo.
Se mi fosse arrivato a tiro, lo avrei fatto svenire.”

Anche Inoki subirà degli effetti negativi, non fisici ma finanziari.
Subito dopo il match si dichiarerà soddisfatto dalla sua prestazione, ma, mesi dopo, in seguito a un forte calo d’interesse verso la New Japan, dichiarerà:

“Forse l’estate scorsa sono stato troppo serio, ho fatto del mio meglio per vincere.
Non è stato un combattimento finto, altrimenti sarebbe stato più interessante.
Penso che avrei dovuto stare più in piedi e subire colpi da Alì, anche se questo avrebbe portato alla mia sconfitta.
Almeno, però, in questo modo il pubblico si sarebbe divertito di più.”

Nel 1977 Inoki denuncerà pubblicamente le regole eccessivamente limitanti che gli erano state imposte, e citerà Alì per danni finanziari, chiedendogli 743.333 dollari di risarcimento.
In alternativa, si offrì di affrontarlo in un nuovo incontro.
Ma Alì, questa volta, non rispose alla sfida.
Col tempo, Inoki riuscirà a trasformare il disastro in un trionfo e quella che all’epoca fu considerata una noiosa farsa adesso viene indicata come un antenato delle moderne MMA.

 

Nicola Medici

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