William Muldoon, il pioniere del wrestling americano

William Muldoon, il pioniere del wrestling americano

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Il nome di William Muldoon non viene citato spesso nelle storie di wrestling, pur avendo lasciato un’impronta indelebile sulla storia della disciplina, e nonostante abbia goduto, in vita, di una notorietà che ha ampiamente travalicato i confini dello sport.
Basti pensare che Muldoon è uno dei pochi wrestler a essere nominato nell’Enciclopedia Britannica, ed è accreditato dell’invenzione della palla medica.
Probabilmente la sua scarsa notorietà è dovuta al fatto che il wrestling del quale è stato indubbio protagonista non era ancora una realtà consolidata e dai caratteri ben definiti come lo è oggi, ma piuttosto una disciplina in divenire, dove intrattenimento, reale competizione e spettacolo da fiera erano elementi strettamente intrecciati, ed è difficile stabilire dove finisse l’uno e cominciasse l’altro.
E tuttavia, guardando alla carriera di quest’uomo con occhi consapevoli dello stato attuale del wrestling, è possibile scorgere elementi di straordinaria modernità, sia pure solo in nuce, non completamente sviluppati e portati al loro moderno e chiassoso sviluppo.
Già, perché molto, molto prima di Vince McMahon, nell’America della seconda metà dell’800, Muldoon aveva capito che, per attirare l’attenzione del pubblico e avere successo, non bastava una buona tecnica di lotta e un fisico imponente e scolpito: era anche necessario avere una gimmick e aggiungere, a match tecnici e statici, spesso dalle durate lunghissime, elementi di spettacolo.
E la gimmick di questo pioniere del wrestling americano era davvero spettacolare: vestito da gladiatore romano, con la tunica e i sandali, metteva in risalto il suo fisico scultoreo e giustificava, in un’epoca assai più puritana della nostra, la sua parziale nudità con un’aura di raffinata classicità.
Muldoon aveva avuto modo di imparare i primi rudimenti della lotta nel suo paese natale, Allegany County, vicino a New York, dove dimostra subito una grande forza fisica e una predisposizione naturale per l’atletica e il wrestling, ma le sue doti si raffineranno nell’esercito dell’Unione, essendosi arruolato volontario, ancora adolescente, nella Guerra Civile Americana.
A quei tempi, tra i soldati, ma anche tra gli ufficiali, era diffuso uno straordinario entusiasmo per il wrestling (lo stesso Lincoln si cimentava, di tanto in tanto, in qualche incontro), e così il giovane Muldoon ha la possibilità di confrontarsi con i suoi compagni in qualche incontro improvvisato.
In breve, quel ragazzo duro e dal carattere spigoloso, che pretende di essere trattato come un adulto nonostante la giovanissima età, si afferma come il lottatore migliore dell’esercito; anche se la sua tecnica e la sua velocità non sono certo di prima classe, la sua forza erculea gli permette di compensare agevolmente questi svantaggi.
Muldoon sembra trovarsi particolarmente bene in mezzo alle guerre e, dopo avere preso parte alla Guerra Civile, prende parte alle campagne contro gli indiani ad Ovest, e infine si arruola, nel 1871, nell’esercito francese, durante il conflitto franco-prussiano.
Ed è a Parigi che avviene l’incontro destinato a cambiare la sua vita.
In quel periodo la lotta greco romana, inventata in Francia, si stava rapidamente diffondendo in tutto il Vecchio Continente, e il pubblicista James Gordon Bennett Jr. convince Muldoon di avere il potenziale per poter diventare il più grande lottatore del mondo, se si fosse concentrato in essa.
E in effetti lo stile greco-romano, con la sua proibizione delle prese alle gambe, era l’ideale per uno uomo con la struttura fisica di Muldoon.
Al suo ritorno a New York, nel 1876, il nostro inizia una carriera da poliziotto.
Ma, nonostante ciò, non disdegna di arrotondare lo stipendio con match di pugilato (all’epoca illegale nello stato di New York) e del più sicuro wrestling.
Per un prezzo che variava dai cinque ai dieci dollari, accettava di confrontarsi con chiunque.
Una carriera iniziata senza pretese, in qualche saloon dalla dubbia reputazione, ma che, pian piano, decolla.
Fino a farlo arrivare al titolo mondiale.

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Un giornale sportivo dell’epoca, The Spirit Of The Times, organizza una gara tra Muldoon e Bauer, celebre lottatore dell’epoca, con in palio una medaglia d’oro e il titolo di campione.
Al Gilmore’s Garden di New York, davanti a più di 3.000 spettatori e a un buon numero di fotografi e giornalisti, i due si affrontano in un match appassionante, al meglio delle tre cadute.
La prima se la aggiudica Muldoon, approfittando della sua superiorità fisica (pesava circa dieci chili in più rispetto al rivale), ma, nella seconda, Bauer fa valere la sua esperienza, e, nonostante l’avversario abbia dominato gran parte della ripresa, riesce a agguantare il pareggio con uno schienamento fulmineo.
Nella ripresa decisiva, Bauer sembra avere il vantaggio ma Muldoon approfitta di una sua breve distrazione, mentre si asciuga il sudore dagli occhi, per portarlo a terra, dove lo finirà in meno di tre minuti.
Oltre al match, c’è spazio anche per un bel po’ di spettacolo, con Muldoon che intrattiene il pubblico con spettacolari dimostrazioni di forza, dove rompe le prese del rivale mettendo in mostra il suo fisico imponente.
All’epoca non esisteva un titolo mondiale unico e riconosciuto da tutti.
Altri uomini, in altre parti del mondo, possono essersi proclamati campioni.
Ma, di certo, Muldoon era disposto ad accettare le sfide di chiunque.
Come quella di William Miller, un wrestler britannico impegnato in un tour degli Stati Uniti.
Lo scontro tra i due, interminabile, dura per delle ore senza riuscire a sancire un vincitore.
Il primo match contro Clarence Whistler segue lo stesso copione: i due lottano per otto ore, fino al limite dell’esaurimento fisico, senza che si possa stabilire un vincitore.
L’incontro è terribilmente brutale: Whistler conficca le dita con forza nel collo e nelle braccia del campione, ferendolo.

Poi, approfittando dell’intervallo tra due riprese, bagna la sua testa con l’ammoniaca, per strofinarla sulle ferite di Muldoon, causandogli un dolore atroce.
Lo stesso Whistler terminerà l’incontro con l’orecchio sinistro parzialmente strappato dal cranio.
E tuttavia, nonostante la violenza del match, molti anni dopo Muldoon ricorderà Whistler come il suo avversario più grande, ammettendo anche una superiorità tecnica del rivale nei suoi confronti.
Il crescente successo spinge Muldoon a compiere due passi decisivi, per la sua vita e per il futuro della disciplina: abbandonare la sua professione da poliziotto e dedicarsi a tempo pieno al wrestling, e portare il suo spettacolo on the road, in giro per tutti gli Stati Uniti.
Il professionismo sportivo oggi appare come una cosa scontata, ma negli Stati Uniti dell’epoca non lo era affatto: a quei tempi l’atletica era considerata da tutti un semplice passatempo, e l’idea di farne una professione era davvero qualcosa di inedito.
il portare il wrestling on the road, come spettacolo itinerante, portò ad alcuni inevitabili cambiamenti, e maggiori concessioni allo spettacolo, rispetto alla lotta pura.

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Innanzitutto, se il pubblico del Nord Est era, solitamente, appassionato di lotta e abituato a incontri della durata di ore e ore (che anzi, probabilmente, si aspettava e pretendeva), il pubblico occasionale si sarebbe annoiato di fronte a match così lunghi; Muldoon quindi, fu il primo negli Stati Uniti a introdurre un limite di tempo.
La lotta era solo una parte dello spettacolo che Muldoon metteva in scena: era solito dipingersi completamente di bianco per poi rimanere immobile in pose plastiche, come una statua dell’antichità.
Cintura sgargianti, lottatori stranieri dai nomi esotici e conferenze stampa prima dell’evento con sfide incrociate tra i campioni diventarono parte integrante dello spettacolo.
Ma l’asso nella manica che consentì all’intraprendente campione di divenire un vero e proprio fenomeno nazionale fu l’amicizia con Richard Fox, direttore della Police Gazette.
La Police Gazette può essere considerata il primo tabloid della storia degli Stati Uniti, un giornale che sfruttava senza alcuna remora il sensazionalismo e la volgarità per vendere quantità incredibili di copie.
Oltre a immagini di donne discinte e crudi racconti di cronaca nera, Fox tardò poco ad accorgersi che gli eventi sportivi richiamavano enormemente l’attenzione del suo pubblico, in particolare i resoconti dei match di pugilato e di wrestling.
Muldoon aveva conosciuto Fox durante la sua carriera di poliziotto a New York; durante il suo tour degli Stati Uniti, la costante copertura del giornale (anche se i due uomini, va detto, non si piacevano per niente) si rivelò un aiuto e uno strumento pubblicitario formidabile.
Miller, Edwin Bibby e il suo ex nemico Whistler erano i principali compagni di viaggio di Muldoon nel suo lungo tour attraverso l’America, da New Orleans e San Francisco.
I match tra Muldoon e Whistler facevano registrare gli incassi maggiori, anche se, notano alcuni storici, il campione si trovava un po’ a disagio a lottare con l’antico avversario; tra i due, forse, Whistler era il più abile.
Molti degli elementi che poi diventeranno caratteristici del wrestling professionistico così come lo conosciamo oggi facevano già parte dello spettacolo di Muldoon: campagna stampa con sfide incrociate prima dell’evento, cinture dai colori sgargianti, sfidanti stranieri e sfide lanciate al pubblico.
Muldoon era disposto a lottare contro qualunque spettatore, che avrebbe vinto 200 dollari se fosse riuscito a atterrarlo.
Contro avversari dotati di autentiche capacità, come John Theurer dell’Ohio, la posta veniva alzata: Theurer avrebbe vinto 300 dollari se fosse riuscito a atterrare il campione, Muldoon 100 dollari se fosse riuscito a schienare Theurer una volta ogni dieci minuti, in un incontro di un’ora.
L’impresa si rivela più facile del previsto, con Muldoon che batte Theurer dieci volte in soli 23 minuti.
Nel 1883, Muldoon si laurea indiscutibilmente come il vero campione della lotta, battendo prima Bibby e poi Whistler in un epico rematch.
Negli anni seguenti, vengono ripetutamente sconfitti avversari provenienti da ogni parte del globo, tra cui il giapponese Matsada Sorakichi.
Ed è a questo punto della sua carriera che Muldoon incontra un’altra leggenda dello sport, in un incrocio di destini che ha dell’incredibile.

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E’ difficile immaginare due uomini più diversi di William Muldoon e John Sullivan, all’epoca campione di pugilato dei pesi massimi.
Muldoon era un fervente sostenitore della Muscolar Christianity, un movimento (nato durante l’era vittoriana) che poneva una forte enfasi nella mascolinità e nella cura della salute fisica.
Si teneva lontano dall’alcol e dal tabacco, frequentava importanti politici (addirittura, il presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosvelt, si allenava con lui) e membri dell’alta società.
Quando la sua carriera di lottatore era incamminata sul viale del tramonto, prese parte a diverse rappresentazioni di drammi di Shakespeare.
Sullivan, invece, era famoso tanto per la terribile forza dei suoi pugni, quanto per i suoi stravizi e il suo sconfinato amore per il bere.
Il rappresentante ideale per uno sport, il pugilato, che veniva ancora combattuto con le antiche regole del London Prize Ring, a mani nude e senza limiti di tempo.
E tuttavia, due uomini così diversi furono avvicinati, come spesso succede, da una comune inimicizia.
Muldoon aveva rotto i suoi rapporti con Richard Fox dopo avere sconfitto Sorakichi, protetto del giornalista.
E l’antipatia tra Fox e Sullivan era leggendaria, tra i due era stato odio a prima vista.
Il fatto è che Fox era abituato a essere adulato dagli sportivi, in cambio di una menzione favorevole nella Gazette.
Un giorno, trovandosi nello stesso edificio di Sullivan, lo aveva mandato a chiamare per scambiare due parole con lui.
E la risposta di Sullivan era stata così forte da farsi sentire da tutti:
Dì a Fox che, se a qualcosa da dirmi, può maledettamente bene venire lui al mio tavolo!
Da quel giorno, detronizzare Sullivan divenne l’obiettivo della vita di Fox.
Aveva già mandato contro al campione pugili come Paddy Ryan, Tug Wilson e “Maori” Slade, ma tutti erano caduti sotto i colpi feroci di Sullivan.
Adesso, però, con Jake Kilrain, il più forte tra tutti i contendenti, era sicuro di poter strappare il titolo dalle mani di Sullivan.
Ma, quando l’incontro tra i due venne stabilito, i manager di Sullivan considerarono seriamente l’ipotesi di non far salire il loro protetto sul ring.
Negli ultimi tempi, il campione era diventato un autentico debosciato, non faceva altro che bere e la salute del suo fisico ne aveva gravemente risentito.
Fortemente sovrappeso e del tutto fuori forma, non aveva la benché minima possibilità di battere Kilrain.
Ma…ecco che d’un tratto Muldoon entra in scena, offrendosi di rimettere in forma il campione.
L’impresa non è certo facile, soprattutto perché Sullivan non accetta facilmente di rinunciare all’alcol; in più di un’occasione Muldoon lo deve letteralmente trascinare con la forza fuori da locali.
I due condividono la stessa stanza per diverso tempo, con Muldoon che costringe Sullivan a estenuanti esercizi fisici e segue con rigore ferreo il suo regime alimentare.
Il pugile arriverà ad odiare il suo allenatore/aguzzino e, verso la fine della preparazione, arriverà a smettere completamente di rivolgerli la parola.
Tante fatiche rischiano di essere vane, perché i politici della Louisiana, dove il match dovrebbe svolgersi, sono determinatissimi nel volerlo impedire.
Alla fine, i contendenti e gli oltre 3.000 spettatori prendono un treno allestito all’ultimo momento dagli organizzatori e arrivano a Richburg, nel Mississipi.
Ma i problemi non sono ancora finiti: lo sceriffo della città entra sul ring per fermare l’incontro.
Per fortuna, 200 dollari lo convincono a lasciar perdere, e il match può finalmente cominciare!
L’incontro è l’ultimo combattuto con le London Prize Ring Rules, con i pugili che si possono afferare e scagliare a terra.
Kilrain è più veloce e tempesta Sullivan di pugni, ma è il campione ad assestare quelli più pesanti.
La temperatura sale, ed entrambi i contendenti bevono whisky per dissetarsi tra un round e l’altro.
Un pugno di Kilrain alla bocca dello stomaco fa vomitare l’alcol a Sullivan.
I round si succedono, e, anche se Sullivan scaglia a terra lo sfidante diverse volte, la situazione rimane in stallo.
Alla fine, dopo oltre due ore di combattimento e 75 round, i secondi di Kilrain gettano l’asciugamano.
Sullivan è rimasto campione, ma non vorrà avere più nulla a che fare con Muldoon, arrivando addirittura a dire che, se avesse di nuovo incontrato il wrestler, lo avrebbe steso con un pugno.

Come Sullivan, anche Muldoon è stato l’ultimo della sua razza.
Le nuove regole del Marchese di Queensbury stavano per far cadere nell’oblio il pugilato a mani nude in cui Sullivan era campione, e la lotta greco romana stava per essere soppiantata, come racconteremo nel prossimo episodio, dal catch wrestling.

 

A cura di Nicola Medici

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