La storia di Giovanni Raicevich, il più grande campione italiano di lotta

La storia di Giovanni Raicevich, il più grande campione italiano di lotta

Oggi, in un’epoca dove il calcio sembra monopolizzare in modo assoluto l’interesse degli italiani verso lo sport, è difficile immaginare una prima pagina di un’importante quotidiano sportivo interamente dedicata al resoconto di un torneo di lotta greco romana.
Se poi aggiungessimo che, grazie al trionfo di un lottatore italiano, la tiratura di quel giornale ha raggiunto per la prima volta le centomila copie, lo stupore si tramuterebbe in incredulità.
Eppure, ci fu un tempo in cui l’atleta più celebre e popolare d’Italia non era un calciatore ma un lottatore di Greco Romana, il triestino Giovanni Raicevich.
E’ strano pensare che una storia come la sua, entusiasmante non solo dal punto di vista sportivo, ma anche interessante da quello storico, sia caduta sostanzialmente nell’oblio: oggi Raicevich è completamente sconosciuto al grande pubblico, mentre il suo nome viene ricordato solo da una ristretta schiera di appassionati o storici dello sport.
Eppure la sua è una storia che, forse, può valere la pena raccontare ancora oggi.

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Giovanni Raicevich nasce a Trieste (a quel tempo, ricordiamolo, città non italiana, ma appartenente all’Impero Austro-Ungarico), il 10 Giugno del 1881, il padre è un marinaio croato e la madre una veneziana.
La sua infanzia è la stessa di tanti altri ragazzi, ma con due tratti particolari: un fisico incredibilmente robusto e possente, anche se non particolarmente alto, e un’indole focosa e attaccabrighe, che lo mette spesso nei guai.
Sono i genitori a spingerlo verso lo sport, probabilmente per disciplinare il suo carattere, e così il giovane Giovanni (all’epoca solo quattordicenne) inizia a frequentare la Società Ginnastica Triestina, assieme ai suoi due fratelli, Emilio e Massimo.
Il ragazzo rimane immediatamente rapito dalla pratica della lotta, si esercita duramente con i pesi e i bilancieri, addestrandosi nelle basi della disciplina.
Ancora non un lottatore professionista, comincia a vincere le sue prime gare, diventando, appena diciassettenne, campione nazionale austriaco.
In quegli anni il suo fisico diventa autenticamente impressionante: con un’altezza di sol1 172 centimetri ha un peso di 90 chili e una circonferenza toracica di 120 centimetri.
L’anno successivo dovette affrontare, a Trieste, l’affermato lottatore milanese Federico Palazzoli, e fu questa vittoria a convincerlo a passare in via definitiva al professionismo.
E tuttavia, il suo esordio da professionista non fu certo un grande successo: un maldestro tentativo di cintura ai danni di Maurice Gambier gli fece perdere l’equilibrio e sbattere la testa.
Raicevich rimarrà svenuto per circa venti minuti, e, ovviamente, perderà l’incontro.
Giovanni non si scoraggiò certo per così poco e tuttavia sul suo futuro pesavano due grandi incognite: la relativa povertà della sua famiglia e la visita medica per il servizio militare.
Per guadagnare qualche spicciolo si esibì, insieme ai fratelli, nei circhi equestri e nelle fiere, dove offriva mille lire a chiunque sarebbe riuscito a atterrarlo, senza che nessuno sia mai riuscito nell’impresa.
Ma, se i soldi necessari a sbarcare il lunario in qualche modo si trovavano, più difficile era l’ostacolo costituito dall’arruolamento nell’esercito austriaco: Giovanni infatti, anche se di padre croato, era un fervente patriota italiano e odiava con tutto il cuore gli Asburgo.
Lo stratagemma di fingersi sordo a un orecchio non ingannò il medico militare che lo dichiarò abile.
Così, i tre fratelli dovettero prendere una decisione difficile: disertarono e fuggirono in Italia.
La loro fuga da Trieste non fu, comunque, all’insegna della segretezza, visto che prima di partire Giovanni distrusse un noto locale del centro, il “Caffè Nicolò Tommaseo”, durante una furibonda rissa con alcuni ufficiali austriaci.
I tre fratelli riappaiono ad Alessandria, per i campionati italiani di lotta.
La competizione risulta essere un autentico trionfo per i Raicevich: Giovanni vince il titolo di campione nella categoria dei medio-massimi, mentre Emilio si impone nei massimi e Massimo nei leggeri.
Purtroppo però, la Federazione, pur omologando il risultato, impedì a Raicevich di partecipare ad altri campionati nazionali, perché ancora suddito austriaco.
Giovanni è costretto allora a prendere parte a diverse manifestazioni in giro per l’Europa, arrivando addirittura ad aggiudicarsi il titolo di campione europeo a Liegi, nel 1905.
In quell’occasione, riesce ad avere la meglio, in finale su un avversario enormemente più alto di lui: il serbo Antonich era alto, infatti 210 centimetri, circa quaranta in più rispetto all’italiano.
Ormai considerato da tutti uno dei più forti lottatori del mondo, si aggiudica anche i tornei di San Pietroburgo di Krefel e della Westfalia.
L’anno successivo coglierà anche un successo in una gara sudamericana.
Ma le vera notorietà e la consacrazione definitiva arriveranno solo nel 1907.
La rivista francese Les Sports organizzò infatti, il primo torneo mondiale di lotta, con atleti provenienti da tutto il mondo.
Raicevich partecipa, e, una volta arrivato in finale, deve vedersela con il fortissimo atleta francese, e idolo del pubblico, Laurent le Beaucairos.
L’incontro è particolarmente duro, ma alla fine il campione triestino riesce ad avere la meglio.
Allo spettacolo stava assistendo anche la più famoso soubrette dell’epoca, Carolina Otero, che sale sul palco e bacia il lottatore italiano.
Dopo la vittoria, Raicevich viene avvicinato dall’ambasciatore dell’Impero Austro Ungarico, che gli fa i suoi complimenti, ma lo aspetta un’amara sorpresa: Giovanni chiede infatti al direttore dell’orchestra di suonare, per la sua premiazione, l’inno nazionale italiano.
E, una volta completata la cerimonia, Raicevich si precipita a inviare un messaggio patriottico al direttore della Gazzetta dello Sport, Carlo Costamagna:
“Vittoria!Ora lieta trionfo abbracciovi pensando adorata Italia, mia Trieste.Giovanni Raicevich”
E tuttavia, per una coincidenza straordinaria, che ricorda in modo impressionante alcune intricate storyline del pro wrestling moderno, Raicevich non poté assaporare appieno il suo trionfo.
All’epoca infatti, come succede oggi nel pugilato, non esisteva un titolo mondiale unificato.
E un’altra rivista francese, L’Auto, aveva organizzato, in contemporanea a quello in cui Raicevich aveva trionfato, un altro torneo, in cui si era imposto il francese Paul Pons.
Pons, soprannominato il colosso, era un francese gigantesco e baffuto, già vincitore di innumerevoli tornei di lotta e detentore del record mondiale di sollevamento libero, avendo steso sopra alla propria testa 129 chili.
La situazione si ripeté identica l’anno successivo: Pons ripeterà il successo, mentre Raicevich verrà fermato in semifinale, ma non in modo regolare.
Gli organizzatori del torneo, infatti, nutrivano una forte ostilità nei confronti di Raicevich; questi, noncurante affrontò e sconfisse, al termine di duri combattimenti i turchi Karaman e Pengal e il giapponese Akitaro Ono (un esperto di ju-jitsu che combatteva a piedi nudi), fino ad arrivare in semifinale dove lo attendeva il russo Ivan Zaikin.
E proprio in questo incontro avvenne qualcosa di molto grave.
Zaikin, infatti, colpì a tradimento Raicevich (approfittando del fatto che quest’ultimo si stava rialzando dopo essersi allacciato una scarpa) spedendolo fuori dal tappeto e facendogli sbattere la testa.
Raicevich rimase tramortito e toccò con entrambe le spalle a terra.
A nulla valsero le proteste di Raicevich e del pubblico francese: la giuria fu irremovibile e assegnò la vittoria a Zaikin.
Sdegnato, Raicevich annunciò il suo ritiro dall’agonismo.
Fortunatamente Carlo Costamagna, ancora direttore della Gazzetta, viste le enormi tirature del suo giornale in concomitanza con i campionati di lotta, fiutò l’affare e pensò di organizzare un proprio torneo.
Non solo: invitò i lottatori di entrambe le competizioni francesi, in modo da unificare, in qualche modo, il titolo di campione.
All’appello risposero tutti i migliori, tra cui lo stesso Pons, e Raicevich non poteva certo mancare.
E così, a Milano si cominciò a vedere una serie di combattimenti tra i migliori atleti del mondo.
Raicevich dovette battere grandi campioni come Mustafà Kara, Ivan Romanoff e Anglio Anastase.
Sconfitti tutti questi temibili avversari, si ritrovò in finale contro Paul Pons.
Il contrasto fisico tra i due era impressionante: altissimo (quasi due metri) il francese, con i caratteristici baffi e un corpo muscoloso, basso, tozzo (era arrivato a pesare 120 chili), calvo e glabro l’italiano.

Il match fu estremamente combattuto, con Raicevich che riuscì a salvarsi da uno schienamento solo grazie alla sua formidabile difesa a ponte.
Alla fine, il francese, visibilmente stanco e nervoso, ricorse ad alcuni colpi proibiti, venendo però atterrato e battuto dopo quarantasette minuti di lotta spossante.
Raicevich venne riconosciuto da tutti come l’uomo più forte del mondo.
Raggiunto l’apice della sua carriera, venne scelto dalla Gazzetta dello Sport come padrino, nel 1909, del Giro d’Italia.
Si imbarca poi per il Nuovo Mondo, dove lo attendono altre sfide.
Al Madison Square Garden di New York, davanti a un pubblico di quattromila persone (tra cui anche il famoso tenore Enrico Caruso) affronta e sconfigge Stanislao Zbysko.
A Buenos Aires, nel 1913, stabilisce un incredibile record sollevando, nella posizione di ponte, un peso di 153 chili.

I continui viaggi verso l’America si interrompono con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale: convinto interventista, Raicevich si arruola nell’esercito (il fratello Massimo, scoperto alla frontiera dagli austriaci, viene fucilato nel 1915).
Nel 1918 ha così quella che fu, probabilmente, la più grande soddisfazione della sua vita: l’ingresso delle truppe italiane nella amata Trieste.
Nel dopoguerra il suo fisico particolare gli vale una carriera cinematografica, in una serie di film mitologici (allora di gran moda) del genere Maciste.
Il suo primo film, diretto da Henrique Santos, fu Il leone mansueto.
Poi, scoperto dal regista napoletano Gustavo Lombardo, gira Il re della forza, Il pugno del gigante, Il club degli stravaganti e Il colosso vendicatore.
Nel 1922 L’uomo della foresta, di Ubaldo Maria Delcolle ottiene un successo clamoroso, con lunghe file al botteghino.

Nella pellicola, Raicevich interpreta una sorta di Tarzan dalla forza erculea.
Purtroppo, Raicevich finisce per dilapidare il capitale accumulato in questi film con la sfortunata avventura della sua casa di produzione cinematografica Raicevich Film.
Pellicole come Un viaggio nell’impossibile, Il trionfo di Ercole e Il cavaliere della lieta figura si rivelano un fiasco clamoroso, provocando la chiusura precoce della casa di produzione.
Deluso dal cinema, ritentò la carriera della lotta, ma la vita aveva in serbo un altro duro colpo per lui: a Buenos Aires, in attesa di combattere contro Hans Klavan per aggiudicarsi la finale di un torneo, suo fratello Emilio (che aveva deciso di lottare nonostante un problema di salute) muore davanti ai suoi occhi mentre combatte.
Il 18 Settembre del 1925, Raicevich affronta e sconfigge, a Roma, Kavan ma l’incontro viene annullato dalla Federazione Internazionale.
Solo tre anni più tardi, sempre a Roma nel teatro Adriano, Raicevich riesce a sconfiggere in modo definitivo il lottatore boemo.
E’ l’ultima grande impresa sportiva di Raicevich, che si ritirerà, praticamente imbattuto, due anni dopo.
Divenne tecnico della nazionale di lotta, e, nominato dal re Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia, ricopre l’incarico di commissario tecnico federale fino al 1943.

Gli ultimi anni della sua vita sono tristi e malinconici: dimenticato da tutti, e costretto a vivere con una piccola pensione pagatagli dal CONI, alla sua morte, il 1 Novembre del 1957, la Gazzetta dello Sport gli dedicò solo poche righe.

 

A Nicola Medici

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