Danny Hodge: l’ultimo shooter

Danny Hodge: l’ultimo shooter

Negli anni ’60 i tempi in cui, per essere un wrestler professionista, dovevi essere un autentico shooter erano finiti da un pezzo: il business si era definitivamente trasformato in uno spettacolo, complice anche l’enorme influenza delle televisione negli anni ’50, in cui il wrestling era una delle attrazioni principali.
E tuttavia, fu proprio in questo periodo che il Pro Wrestling poté contare nelle sue fila quello che da molti è considerato uno dei più grandi lottatori che gli Stati Uniti abbiano mai prodotto: Danny Hodge.

Per dare un’idea della considerazione di cui gode ancora oggi nell’ambiente, basti ricordare che, ogni anno, al miglior lottatore universitario viene assegnato l’Hodge Trophy.
Ma Hodge era già un celebre lottatore prima ancora di cominciare a competere nella NCAA, avendo partecipato alle Olimpiadi del 1952, tenutesi a Helsinki, non appena uscito dalla scuola superiore.
Finì quinto, sconfitto per schienamento dal russo David Cimakuridze.
Dopo questa esperienza, la sua carriera nella NCAA fu un gioco da ragazzi.
Hodge vinse per tre anni consecutivi, sotto le insegne dell’Università dell’Oklahoma.
E vinse dimostrando una superiorità impressionante rispetto ai suoi avversari.
Veloce, tecnico e dotato di una forza mostruosa per un uomo della sua corporatura, Hodge sconfisse la stragrande maggioranza dei suoi avversari in meno di due minuti.
Una percentuale vicino all’ottanta per cento dei suoi match fu vinta per schienamento, e Hodge stesso non fu mai messo con le spalle a terra durante tutta la sua carriera universitaria.
Nelle Olimpiadi del 1956 tornò a rappresentare gli Stati Uniti: pochi dubitavano che fosse il miglior lottatore del mondo, ma la sua scarsa familiarità con le regole olimpiche gli costò la medaglia d’oro, andata al bulgaro Nikola Stanchev.
Hodge aveva solo 24 anni, e avrebbe potuto tranquillamente prepararsi per le Olimpiadi successive, ma all’epoca le regole erano ferree: solo i dilettanti potevano competere.
Non essendo di famiglia ricca, il padre era un semplice operaio, aveva bisogno di un lavoro per guadagnarsi da vivere.
Hodge tentò la carriera del pugile, risultando imbattuto nelle competizioni dilettantistiche, e vincendo il torneo National Golden Gloves al Madison Square Garden.
Durante il torneo, fu messo KO da Charles Hood, ma si rialzò al conto di otto e restituì il favore due volte al suo avversario nel secondo round, prima che l’incontro venisse interrotto dall’arbitro.
Il pubblico era entusiasta di lui, convinto di avere trovato un nuovo Rocky Marciano, e Hodge prese come manager George Gainford, che aveva già gestito la carriera del leggendario Sugar Ray Robinson.
Ma l’entusiasmo era, tutto sommato, eccessivo.
Hodge aveva sconfitto i suoi avversari solo ed esclusivamente grazie al suo incredibile atleticismo, continuando a commettere però dei gravi errori.
A tratti i suoi automatismi da lottatore tendevano ad affiorare ed appariva un po’ goffo e legato nello sferrare i colpi, senza contare che il suo braccio sinistro tendeva a cadere ogni volta che eseguiva un colpo con il destro.
Il suo ultimo avversario, Nino Valdes, nonostante fosse nella fase calante della sua carriera, era troppo esperto per lui e gli somministrò una lezione memorabile.
Come ricorda Billy Watts:

“Lo vidi due settimane dopo il combattimento, e non avevo mai osservato nessuno con così tanti traumi al volto e agli occhi.
Danny aveva un grande cuore ed era uno degli atleti migliori che abbia mai conosciuto, ma questo non ti rende un pugile.
Aveva semplicemente molto coraggio e lasciava che l’avversario lo colpisse.”

Inoltre, come capita a molti giovani pugili, Hodge era finito nella mani di imbroglioni, e terminò la sua carriera pugilistica senza avere mai visto un centesimo.
Fu a questo punto che Danny Hodge decise di rivolgersi a Leroy McGuirk, per tentare una carriera nel wrestling professionistico.


McGuirk era stato anch’esso campione NCAA, nel 1931, e il territorio che dirigeva, il Mid South, era uno dei pochi disposti a concedere posizioni importanti a lottatori leggeri (Hodge pesava all’incirca ottanta chili).
Hodge, grazie ai suoi importanti trascorsi sportivi, era già una leggenda in Oklahoma, e i fan locali erano naturalmente ben disposti ad accettarlo come una star.
In altri luoghi, il suo carattere riservato e umile, Hodge era molto lontano dall’essere uno showman, gli precludevano il favore del pubblico.
Senza contare che il suo fisico, relativamente piccolo, poteva farlo guardare con sufficienza da un pubblico abituato a guardare più alla forma che alla sostanza.
Hodge divenne campione dopo circa un anno da suo esordio, strappando il titolo ad Angelo Savoldi davanti a 6.000 fan, riuniti allo Stockyards Coliseum.
Il feud fra i due ebbe un momento inaspettato grazie al padre di Hodge, Billy.
Perfettamente inconsapevole della natura predeterminata del Pro Wrestling, accorse, una sera, a difendere il figlio selvaggiamente aggredito dall’heel, colpendolo ripetutamente con una penna.
Scrive lo storico Tim Hornbaker:

“Savoldi sanguinava copiosamente da ferite alle braccia e alla schiena, e gli furono dati 70 punti all’ospedale, mentre il padre di Hodge fu arrestato.”

I promoter, come loro solito, sfruttarono l’insolito episodio per pubblicità.
Hodge mantenne il titolo per quattro anni consecutivi, un risultato impressionante, anche se ben inferiore al record di undici anni detenuto dal McGuirk.
Si adattò inoltre molto bene allo stile di vita del wrestler diventando famoso per gli scherzi giocati ai suoi colleghi, che spesso sfruttavano la sua prodigiosa forza fisica: era solito recarsi nel backstage e strappare tutte le maniglie dell’acqua calda dalle docce.
Era anche l’uomo giusto per mettere in riga i fan un po’ troppo sbruffoni, che venivano fatti piangere , accasciati a terra, con una semplice stretta di mano che diventava improvvisamente troppo energica.
A volte, però, diventava necessario prendere provvedimenti più drastici.
Racconta lo stesso Hodge:

“Ricordo che stavo lottando con un ragazzo, l’ho portato a terra e lui mi ha graffiato.
Mi sono alzato, ho sentito il sangue sulla mia faccia e mi sono detto che dovevo dargli una lezione.
L’ho messo con la pancia a terra e ho cominciato a piegargli i gomiti dietro la testa.
Il braccio che mi aveva graffiato.
L’ho spezzato.
Quella è stata l’unica volta che mi sono spinto così in là, ma dovevo dimostrare che non ero una persona che si poteva prendere alla leggera.”

Le rivalità più importanti di Hodge, oltre a quella con Savoldi, furono contro Sputnik Monroe e Hiro Matsuda, entrambe per il suo titolo Junior Heavyweight, ma le sue credenziali di lottatore gli permisero di affrontare anche pesi massimi come Verne Gagne, Lou Thesz e Jack Brisco.


Guadagnava circa 100.000 dollari l’anno, una cifra mostruosa per gli anni ’60 e ’70.
La sua reputazione faceva sì che molti lottatori volessero confrontarsi con lui fuori dai riflettori, specialmente in Florida, dove gli shoot privati erano la norma.
Hiro Matsuda, famoso nella storia del wrestling per essere stato il primo allenatore di Hulk Hogan, aveva speso 10.000 dollari per prendere lezioni di Catch Wrestling da Karl Gotch, e volle mettere alla prova le sue capacità con Hodge.
Dopo soli cinque minuti, si alzò e disse:

“Ho appena capito di avere sprecato 10.000 dollari.”

In un altro famoso shoot, Hodge annientò Khosrow Vaziri, il futuro Iron Sheik della WWE.
Ma simili episodi, all’epoca di Hodge, erano comunque rari: ciò che contava maggiormente erano le capacità di intrattenitore e worker sul ring, e Hodge compensava le sue carenze come showman con le sue grandi doti atletiche e tecniche.
Anche se lottare contro di lui non era sempre un compito facile.
Abituato ad essere un face, diventava furioso quando i fan iniziavano a fischiarlo.
Billy Watts ricorda che una volta, in un incontro svoltosi in Missisipi, Monroe cominciò ad essere sostenuto dal pubblico, anche se il face doveva essere Hodge, che non reagì benissimo:

“Danny si arrabbiò molto quando iniziarono a fischiare lui ed a appaludire Monroe, così quasi lo uccise.
Lo rendeva così nervoso ed era così stiff, che il povero Monroe non riuscì praticamente a fare nulla per tutto il match.
Monroe riuscì a malapena a dirigersi negli spogliatoi dopo il loro ultimo match, ma si trascinò nell’ufficio di McGuirk, gettò la cintura ai suoi piedi e disse che non avrebbe mai più combattuto contro Hodge.”

Inoltre, Hodge aveva una riserva di fiato pressoché inesauribile, e un feud con lui prevedeva inevitabilmente una serie di match di 60 minuti, ai quali, spesso, i suoi avversari non erano preparati.
La sua carriera terminò prematuramente per uno sfortunato incidente.
Il 15 Marzo del 1976, Danny Hodge fu vittima, come molti wrestler della sua epoca, di un grave incidente stradale, nel quale si ruppe il collo.
Addormentatosi alla guida, precipitò in un fiume, riuscendo a salvarsi spaccando il finestrino dell’automobile con un pugno e uscendo.
Ma la sua carriera finì quel giorno.

 

Nicola Medici

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