Karl Gotch, Billy Joyce e Ernie Riley: le vite e le carriere di tre dei migliori allievi dello Snake’s Pit

Karl Gotch, Billy Joyce e Ernie Riley: le vite e le carriere di tre dei migliori allievi dello Snake’s Pit

“Non ci sono segreti nei miei metodi di allenamento.
E’ solo questione di essere coscienziosi.
Quando cominciano a apprendere una presa mi assicuro che lo facciano alla perfezione, senza fermarmi a metà o tentare qualcosa di nuovo.
I ragazzi sono desiderosi di apprendere, e si allenano quasi tutti i giorni.
Non si lamentano di spendere una mezza corona alla settimana, perché questa cifra serve a coprire le spese di riscaldamento e di illuminazione.
Non chiedo nulla per allenare o dare consigli.
Ottengo la mia ricompensa quando un ragazzo di Wigan indossa una cintura.”

Billy Riley

Il pavimento della palestra è malmesso.
Non ci sono macchine o pesi, neppure un bagno.
D’inverno, l’ambiente è riscaldato da una stufa a carbone, e un fumo soffocante lo invade.
Lo Snake’s Pit, la leggendaria palestra di Billy Riley, era dura come gli uomini di Wigan, una delle contee più povere dell?Inghilterra, popolata soprattutto da minatori, con un tasso di mortalità spaventoso, dovuto soprattutto agli incidenti sul lavoro.
Ed è in questo ambiente spartano che sono cresciuti alcuni dei più grandi lottatori di tutti i tempi.
In un articolo precedente, ho illustrato a grandi linee la carriera di wrestler di Billy Riley.
Tuttavia, nonostante i prestigiosi risultati ottenuti, la sua fama poggia soprattutto sulle gesta dei numerosi wrestler, alcuni celebri altri meno, che si sono addestrati nello Snake’s Pit, a Wigan.
In realtà, “Snake’s Pit” è il soprannome affibbiato alla palestra da Karl Gotch, ma a Whelley, il paese dove viveva Riley, tutti la conoscevano semplicemente come “la palestra di Billy”.
Il nome di Billy Riley è indissolubilmente legato alla Snake’s Pit, ma, anche prima di aprire la palestra, si dedicava all’insegnamento: nei pub, a casa sua o in qualsiasi luogo si potesse stendere una materassina.
Uno dei suoi primi allievi fu George Gregory, ma presto cominciano ad arrivare uomini da ogni parte del mondo, Jean Morand dalla Francia, Benny Englblom dall’Irlanda e altri dall’India o dai Caraibi.
Per i suoi lottatori, Billy non era solo un coach, ma anche una figura paterna: insisteva in continuazione nell’importanza di investire il denaro guadagnato durante la carriera di lottatore, ricordando ai giovani che i giorni da agonista non durano per sempre, e di evitare di sperperare soldi nel bere o nel gioco d’azzardo.
E tuttavia, guadagnarsi la fiducia di Billy e dei suoi lottatori veterani era un’impresa tutt’altro che semplice, e poteva essere un’esperienza frustrante e dolorosa per i principianti.
Billy Robinson, quando iniziò ad allenarsi con lui, era già un ottimo lottatore dilettante.
Nel suo primo giorno con Riley gli fu chiesto quale fosse la sua presa migliore, e rispose che era la crucifix.
Gli fu chiesto allora di applicarla su Jack Dempsey, che se ne liberò in un istante, per poi applicargli una sottomissione.
E questo continuò a succedere ogni volta che tentava la presa
Alla fine gli fu detto:

“Questa roba può andare bene per i dilettanti, ma questo è wrestling professionistico.”

Robinson racconta di come abbia trascorso i primi tre mesi di allenamento con Charlie Carroll, che non gli insegnò mai nulla, limitandosi a farlo continuamente soffrire.
Anche quando Robinson vinse il titolo inglese, fu umiliato il giorno immediatamente successivo.
Far rimanere i propri allievi sempre umili era una cosa molto importante per Riley.
Come racconta Robinson:

“…ogni volta che vincevo qualcosa o battevo qualcuno, odiavo tornare in palestra il giorno successivo, perché sapevo cosa sarebbe successo.
Non avrei fatto sparring con qualcuno che sarei stato in grado di battere.
Avrei fatto sparring con un old timer, più piccolo, più vecchio e più debole di me.
E mi avrebbe riempito di botte.”

Tom Billington, noto nel mondo del wrestling come Dynamite Kid, ebbe una breve esperienza con Riley e il suo racconto ricorda quello di Robinson:

“Dare ai principianti una bella battuta sul tappeto; applicare loro duramente delle leve e mantenerle anche quando urlano di arrendersi; colpirli a tradimento con ginocchiate e gomitate al volto e allo stomaco.
Se tornavano una seconda volta, il trattamento era altrettanto duro!
Questo consentiva di fare una selezione, e quando sali sul ring da professionista sai che il tuo avversario ha sofferto un trattamento analogo e sarà affidabile.”

Nonostante la durezza degli allenamenti, gli atleti amavano farsi spesso degli scherzi a vicenda.
E c’erano anche delle regole da rispettare: a nessuna donna era permessa l’entrata e Billy non tollerava in alcun modo bullismo o discriminazioni.
Quando alcuni allievi di Riley (soprattutto Billy Robinson e Karl Gotch) fecero fortuna in Giappone, come lottatori e allenatori, la palestra divenne incredibilmente famosa in terra nipponica (in realtà, un giapponese, Yukio Tani, si era già recato in visita a Wigan nei primi anni del ‘900.
All’epoca però, i biglietti aerei dal Giappone all’Inghilterra erano estremamente costosi, e per i giornalisti era difficile recarsi in visita a Wigan.
La possibilità si concretizzò solo nel 1990, quando Genichiro Tenryu fondò la Super World Of Sports (SWS).
Tenryu inviò due dei suoi uomini, Watamatzu e Sakurada, a Wigan, a cercare l’uomo ritenuto da tutti il più grande degli allievi di Riley, Billy Joyce.
La loro intenzione era di fare un’offerta a Joyce per insegnare in Giappone, ma sfortunatamente, in quel periodo la moglie del wrestler inglese, era ammalato, e lui non se la sentì di lasciarla.
La scelta ricadde allora su Roy Wood, l’uomo che all’epoca era l’allenatore principale.
Wood condusse i due giapponesi, su loro richiesta, a visitare la vecchia palestra, ormai in rovina.
Watamatzu e Sakurada quasi scoppiarono in lacrime quando videro lo stato d’abbandono in cui versava lo Snake’s Pit, e si offrirono di raccogliere fondi per ricostruirla.
Wood si recò in Giappone, per allenare i wrestler della SWS, e combatte nell’arena di Yokohama, davanti a 26.000 persone.

Antonio Inoki, il leggendario campione del Puroresu, mandò invece Osamu Nishimura a cercare assistenza dai lottatori inglesi.
La prima parte del suo viaggio fu sfortunata, la stazione di polizia locale gli diede informazioni sbagliate, mandandolo in un’altra palestra, ma alla fine riuscì a trovare Wood, per poi telefonare subito, eccitato, al suo collega Tatsumi Fujinami.
Fujinami e Nishimura convinsero Wood a tornare i Giappone, per il lancio del MUGA.

Si può dire che, per la conservazione della storia dello Snake’s Pit e del Catch As Catch Can, i giapponesi abbiano svolto un ruolo assai più importante di quello degli europei.
Di seguito, analizziamo nei dettagli le carriere di alcuni dei più celebri lottatori formatisi nella palestra di Billy Riley.

Karl Gotch

Karel Charles Istaz, conosciuto nel mondo del wrestling come Karl Gotch, è insieme a Billy Robinson, l’uomo che ha reso celebre Riley e il Catch Wrestling di Wigan, anche se, con tutta probabilità, non era lo shooter migliore.
Istaz nacque a Antwerp, in Belgio, il 3 Agosto del 1924, per poi crescere a Amburgo, in Germania.
La prima parte della sua vita e della sua carriera è ancora, in gran parte, avvolta nel mistero, e, per uno storico è difficile distinguere la realtà dal mito: molti articoli e libri prendono per vere affermazioni tipiche del ballyhoo (propaganda) del Pro Wrestling.
Ancora oggi, molti esperti prendono per autentica la storia che vorrebbe un giovanissimo Istaz prigioniero nei campi di concentramento nazisti.
Secondo essa, il padre di Karel sarebbe stata giustiziato dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, e il suo fratello maggiore, Alphonse, morì sul fronte russo.
Karel, che condivideva le posizioni politiche, avverse al nazismo, del padre, sarebbe stato spedito in un campo di concentramento, Stalag Veddel, vicino ad Amburgo.
Tuttavia, in un’intervista concessa alla rivista “Official Wrestling” nel Febbraio del 1964, lo stesso lottatore da una versione della sua giovinezza meno drammatica:

“Avevo otto anni di scuola primaria, ma dopo questa andai a lavorare.
Questa è la consuetudine in Europa.
I ragazzi non vanno automaticamente alle superiori.
Visto che sembravo fisicamente capace, divenni un fabbro.
Nulla a che fare col ferrare i cavalli, ma col produrre ancore e grosse catene per navi.
In breve, passavo tutto il tempo a battere una grossa mazza da fabbro contro un’incudine.
Poi divenni un impiegato al porto.”


Karl Gotch
Come si vede, nessun riferimento a campi di concentramento: credo si possa concludere che la notizia sia falsa, e probabilmente inventata quando il wrestler sbarcò negli Stati Uniti, per dare colore al suo personaggio.
Altrettanto discutibili sono i numerosi successi nello stile Greco-Romano che gli vengono spesso attribuiti.
Gotch avrebbe vinto, secondo alcuni, 17 titoli nazionali tedeschi.
Al momento, non sono state trovate prove che confermino questi proclami.
Le uniche tracce documentate della carriera sportiva di Gotch riguardano la sua partecipazione alle Olimpiadi estive del 1948, dove gareggiò sia nella Lotta Libera che in quella Greco-Romana, collezionando cinque sconfitte e una vittoria (completamente falsa la diceria secondo la quale avrebbe vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Helsinki del 1952: Gotch non prese neppure parte a quelle Olimpiadi).
Nei primi anni ’50, prese la decisione di diventare un wrestler professionista, ma, in Germania, la disciplina era pressoché inesistente e si dovette quindi trasferire in Francia.
Ed è proprio mentre si trova in Francia che sente parlare, per la prima volta, di Billy Riley.
Come Gotch racconta a Eugene Robinson, nel suo libro “Fight”:

“Cominciai a fare match professionistici, e qualcuno mi parlò di questi ragazzi a Wigan, diretti da Billy Riley, avvisandomi di stare lontano da loro, perché mi avrebbero scavato un nuovo buco del culo.
Beh, avevo bisogno di un nuovo buco del culo, così ci andai…
Questi ragazzi erano come un branco di lupi feroci.
Così scelsi il più grosso e lo portai a terra come si fa nella lotta libera.
Una volta lì, afferrò la mia caviglia e io urlai:
<>
<> mi rispose
Così replicai >>Ah, è così che lotti, eh?>>
Ricominciammo, e lo colpì con una testata, per poi cercare di metterlo con le spalle al muro.”

Gotch rimarrà a Wigan un paio d’anni sotto la guida attenta di Billy Riley e Joe Robinson.
Di tutti gli insegnamenti ricevuti, forse quello che lo influenzò di più fu la fortissima enfasi sul condizionamento fisico.
I suoi allenamenti, che diventeranno celebri sia negli Stati Uniti che in Giappone, erano delle sfide al limite dell’umano.
Contrariamente a molti suoi colleghi, Gotch non era affatto un sostenitore dei pesi: le sue routine consistevano unicamente in esercizi a corpo libero.
Un allenamento associato con lui è la famosa “Bibbia di Gotch”: si mescola un mazzo di carte, inclusi i due Joker.
Le carte nere sono gli squat, le rosse push-up.
Il doppio del valore delle carte nere è il numero degli squat da eseguire, per le rosse, invece, il valore della carta equivale al numero dei push-up.
Quando il primo Joker viene pescato, si eseguono 40 squat, quando viene pescato il secondo si eseguono 20 push-up.
Si va avanti a pescare carte e ad eseguire gli esercizi indicati senza interruzioni, fino a che il mazzo non è finito.
Frank Shamrock definisce Gotch come:

“un mostro riguardo al condizionamento.
La sua teoria è che, se sei sufficientemente condizionato, nessuno può batterti.”

Dopo aver disputato diversi match da professionista in Europa, Karl Gotch sbarcò in America, prima in Canada, poi dietro indicazione di Edouard Carpentier, lottatore canadese che aveva conosciuto in Germania, cominciò lottare nell’Ohio, territorio del promoter Al Haft.
Fu Haft a convincere Istaz ad adottare il ringname di Karl Gotch, anche se non sono del tutto chiari i motivi della decisione: alcune fonti riportano che il vecchio ringname, Karol Krauser, suonasse troppo tedesco, altre affermano trattarsi di un omaggio al grande Frank Gotch.
In teoria non sembrerebbe esserci stato connubio migliore: Haft aveva grande stima per i wrestler che avevano un legittimo background , ed era disposto a concedere loro forti push.
Molti giovani atleti passavano dal college alla famosa palestra al 261 di High Street, dove Billy Miller e Silverstein insegnavano loro i fondamenti del pro wrestling.
E tuttavia, la carriera statunitense di Gotch si rivelò una sostanziale delusione.
In parte questo può essere attribuito a un carattere difficile: Gotch aveva ereditato l’atteggiamento del suo mentore Billy Joyce, che si rifiutava di perdere contro lottatori meno dotati di lui.
Atteggiamento ovviamente inaccettabile, nel mondo del wrestling, già decenni prima; totalmente anacronistico, poi, negli anni ’50.
Inoltre, Gotch non apprezzava lo stile di wrestling popolare negli Stati Uniti (secondo il suo punto di vista, dovremmo forse dire la degenerazione del wrestling).
E’ molto significativo che portasse sempre con se una foto di John Pesek, che idolatrava (dichiarò pubblicamente più volte che lo considerava uno dei più grandi combattenti di tutti i tempi) e di cui ammirava lo stile di lotta.
Ora, Pesek era senza dubbio un grande wrestler e deve senz’altro essere incluso in ogni lista dei più grandi shooter, ma, dal punto di vista del business, rifarsi a lui negli anni ’50, quando il suo stile, basato su continui scambi al tappeto, stava già cominciando a diventare anacronistico vent’anni prima, non era esattamente la scelta più azzeccata.


Lou Thesz

Karl Gotch ebbe una relazione molto complicata con Lou Thesz, fin dal loro primo incontro: Gotch lo vide lottare contro un non shooter, umiliandolo e rendendolo ridicolo tutto il tempo.
Si girò verso il promoter, avvertendolo:

“Se cercherà di comportarsi così con me, gli spezzerò entrambe le braccia.”

Thesz accolse Gotch, come un fratello, sia perché entrambi avevano origini ungheresi, sia perché ammirava le sue capacità di autentico lottatore.
Per un certo periodo, sembra avere accarezzato l’idea di renderlo il suo successore.
E tuttavia, Gotch non ricambiò l’affetto di Thesz, e non sembrava particolarmente interessato a seguire i suoi consigli.
Più tardi, i due arrivarono a detestarsi reciprocamente.
Essendo, entrambi due incredibili testardi, anche moltissimi anni dopo Gotch si rifiutò di collaborare alla biografia di Thesz.
E Thesz, come racconta divertito Kit Bauman, il suo biografo, si rifiutava di parlare di lui, diventando immediatamente scontroso non appena l’argomento veniva toccato.
Scrive Kit Bauman:

“Il loro rapporto fu particolarmente deludente per Lou.
E’ vero, c’era del genuino astio tra i due.
Lou diceva che Karl era sempre pieno di sé, e difficile da trattare; mi disse anche che aveva gettato via l’opportunità di diventare una grande star, negli Stati Uniti, non ascoltando i consigli che gli venivano dati.
Lou aveva un enorme rispetto per Karl come wrestler, ma non gli piaceva l’individuo; per lui, Karl era arrogante e testardo e, in definitiva, nel senso di intendere il wrestling come business, un uomo d’affari mediocre.”

Aggiunge Charlie Thesz, vedova del lottatore:

“Lou sentiva che Karl aveva il suo stesso potenziale per essere un campione, e voleva condividere la sua formula per il successo con lui.
Karl non era interessato, e credo onestamente che fosse risentito con Lou per il suo successo, e probabilmente pensava che si fosse, in qualche modo, venduto per ottenerlo.”

Thesz ebbe degli insegnanti (George Tragos e, anni dopo, Ad Santel) che gli spiegarono come lottare e degli insegnanti (Ed Lewis e Ray Steele) che gli spiegarono che il wrestling era un business.
E imparò bene entrambe le lezioni.
La sfortuna di Karl Gotch è che ebbe solo degli insegnanti del primo tipo.
E, una volta arrivato negli Stati Uniti, non aveva più l’età o il desiderio di apprendere qualcosa di nuovo.
Thesz e Gotch ebbero un totale di nove incontri l’uno contro l’altro, cinque dei quali nel territorio di Haft.
Thesz, arrivato al quarantottesimo anno di età, era uscito da poco dal ritiro per reclamare, per la sesta volta, la cintura di campione NWA, e stava affrontando tutti i campioni locali, come Gotch, allora detentore della cintura dell’American Wrestling Association.
Tutti gli incontri tra i due terminavano in parità o in vittorie di Thesz per squalifica.
Ma, una notte di Maggio del 1964, qualcosa non andò come previsto.
Thesz stava per eseguire la sua finisher, il Back Suplex, quando Gotch bloccò la tecnica, provocando al campione ungherese la rottura di cinque costole.
Thesz eseguì subito una Double Wristlock, vincendo per sottomissione e segnando così la fine del match.
Su questo incidente, come prevedibile, esistono differenti versioni.
Thesz, riporta Kit Bauman, pensò che si trattasse di un tentativo di Double Cross: anche se all’epoca gli shoot erano ormai rarissimi, il campione NWA era comunque abituato a stare sempre all’erta nei confronti dei suoi avversari, e, dopo l’incidente con Gotch, evitò per un certo periodo di affrontare avversari troppo abili.
Charlie Thesz, in una dichiarazione più recente, ha parzialmente corretto il tiro: non si sarebbe trattato di un Double Cross in piena regola, ma Gotch avrebbe semplicemente voluto dimostrare le sue capacità di shooter, senza prima avvisare il suo avversario.
Secondo questa versione, Thesz, accortosi delle intenzioni del rivale, avrebbe rapidamente reagito con una sottomissione, chiudendo così il match.
Joe Malenko, il migliore allievo di Karl Gotch, racconta invece una storia un po’ differente: Thesz avrebbe avuto l’abitudine, nell’eseguire il suo Back Suplex, di non badare all’incolumità dell’altro wrestler, rischiando così di provocare seri infortuni.
Sarebbe stato questo atteggiamento arrogante a infastidire Gotch, spingendolo a sabotare l’esecuzione della tecnica.
Secondo Malenko, la Double Wristlock di Thesz era il finale pianificato del match, che non potrebbe quindi in alcun modo essere considerato uno shoot, ma semplicemente un normale incontro di Pro Wrestling con un’incomprensione tra i due partecipanti.
In qualunque modo siano andate le cose, aver infortunato il campione della NWA non contribuì certo a migliorare la reputazione, già non particolarmente alta, di Gotch.
Specialmente considerando un altro incidente avvenuto, questa volta nel backstage, due anni prima.
Buddy Rogers, una delle più grandi e popolari star del wrestling dell’epoca, si rifiutava di avere un match per il titolo sia con Karl Gotch che con Bill Miller.
Rogers, un grande intrattenitore, ma non uno shooter, riteneva presumibilmente di essere a rischio in un incontro con Gotch o Miller (wrestler che possedeva un consistente background nella Lotta Libera), e che il gioco non valesse la candela, considerato che entrambi non erano in grado di attrarre molto pubblico.
Non solo, ma esprimeva liberamente la sua scarsa fiducia verso Gotch (e Thesz, altro wrestler che non amava) con chiunque.
Ma, per Gotch e Miller, vedersi negato un match con Rogers equivaleva a subire un grave danno economico.
E questo, unito al tipico disprezzo degli shooter per i wrestler privi di reale abilità, portò a uno degli incidenti più famosi della storia del business.
A Columbus, nel 1962, Miller e Gotch circondarono Rogers nel backstage, chiedendogli spiegazioni per le sue parole.
Seguì un breve alterco, dal quale Rogers ne uscì con una mano rotta.
Legalmente, l’affare fu sbrogliato in breve tempo da Haft, ma questa vicenda, unita all’episodio con Thesz, distrusse la fiducia di ogni altro promoter americano nei confronti di Gotch.
Già, nel mondo del wrestling, non essere un draw è una colpa piuttosto grave, se poi infortuni una delle star più importanti diventi imperdonabile.
In seguito a queste vicende, Gotch, negli Stati Uniti, rimase per diversi anni, all’incirca per la seconda metà dei ’60, confinato nel territorio di Haft, contrariamente a Miller, grande wrestler e draw, la cui carriera sopravvisse al tumulto.
Ole Anderson, nella sua biografia “Inside Out: how Corporate America destroyed Professional Wrestling” racconta di avere avuto un breve incontro con Karl Gotch nel 1976.
In quell’occasione, Gotch gli disse alcune frasi che riassumono gran parte della sua esperienza negli Stati Uniti:

“Avrei voluto non essere così bravo a lottare.
O, come minimo, avrei preferito che nessuno lo sapesse.”

Nel frattempo, però, si erano gettati semi per una nuova opportunità: Gotch conobbe Antonio Inoki, che, durante la sua permanenza negli Stati Uniti, si allenò sotto la sua guida per due anni, dal 1963 al 1965.
E, nel 1961, si recò per la prima volta ad allenare in Giappone.
Pian piano, il passare del tempo fece infine dimenticare i suoi trascorsi burrascosi, e Gotch riuscì a ottenere la sua più grande soddisfazione sul suolo americano, vincendo, insieme a Rene Goulet, il 6 Dicembre del 1971, il titolo di coppia della WWWF, la federazione di Vince McMahon.
Lasciati un attimo da parte gli insegnamenti di Billy Riley, Gotch cercò di adattarsi allo stile più teatrale e scenico promosso da McMahon.
Karl Gotch era proposto come un face dalla WWWF, ma il suo tempo, all’interno di questa federazione, fu molto limitato.
Racconta Rene Goulet:

“Ricevette un’offerta per diventare booker in Giappone per Inoki.
Stavamo lottando a Philadelphia, e alcuni degli uomini di Inoki ci raggiunsero per fare l’offerta a Karl.
Accettò, e questa fu la fine del nostro tag team.
Quando McMahon lo scoprì, non ne fu molto contento.
Perdemmo le cinture nel successivo spettacolo televisivo, contro King Curtis e Mike Scicluna.”

Karl Gotch portò con se la cintura di campione AWA, che aveva conservato: il modo perfetto per iniziare l’avventura di Inoki, che aveva appena lasciato la storica JWA per fondare la sua NJPW.
Il primo incontro promosso dalla neonata federazione fu proprio Antonio Inoki Vs Karl Gotch, il 3 Giugno del 1972.
Gotch ormai era troppo vecchio per avere una lunga carriera come lottatore: si scontrò comunque diverse volte con Inoki, Pat Reach e Sean Regan, oltre a avere un match con Fujiwara.


Karl Gotch, con Billy Robinson e Andre The Giant

Ma la vera importanza di Gotch, nella storia del Puroresu, risiede nel suo lavoro di allenatore.
Come ricorda Joe Malenko:

“Era fatto per il Giappone.
E il Giappone era fatto per lui.
Qui, negli States, siamo rasslers.
In Giappone siamo wrestlers.
Qui tutti pensano a te come un cretino che fa della robaccia finta.
La tutti apprezzano le tue capacità e il tuo talento.
Poi, era più anziano quando si recò in Giappone ad allenare, e loro rispettano gli anziani.
E’ parte della loro cultura.”

Nella terra del Sol Levante, gli allievi sono abituati ad obbedire all’insegnate senza fare domande e senza polemizzare: Gotch poteva imporre le sue micidiali routine di allenamento senza che ci fosse un lamento.
Fare migliaia di ripetizioni di esercizi a corpo libero, vedersi applicare una Cross Face per interi minuti senza potersi lamentare, fino al punto di avere difficoltà a masticare per diversi giorni, stare nella posizione del ponte con tre persone sdraiate sul torace…uomini come Satoru Sayama, Akira Maeda e Yoshiaki Fujiwara sopportarono queste ed altre prove, sviluppando così le loro notevoli capacità.
Gotch promuoveva uno stile di submission wrestling assai aggressivo; non credeva in posizioni difensive come la guardia, descrivendo i praticanti di Jiu-Jitsu che la utilizzavano come “vecchie puttane in attesa di un cliente”.
Per lui era necessario passare velocemente da sottomissione a sottomissione, destabilizzando l’avversario fino a trovare il varco per piazzare la presa decisiva.
Non tutti i colleghi di Gotch hanno un buon ricordo di lui: come altri allievi di Riley, anche lui è stata una figura controversa nella storia del Pro Wrestling.
Tom Billington ha questo da dire su di lui:

“Karl Gotch era, beh, un uomo abbastanza cortese, ma anche un bastardo presuntuoso.
Qualunque cosa tu avessi, lui l’aveva due volte di più.
Qualunque cosa tu facessi, lui l’aveva già fatta, e anche meglio di te.”

E gli fa eco Bob Cook:

“Molti dicono che era un grande wrestler.
Spiacente!
Come pro wrestler, dal punto di vista della performance, non era un grande wrestler.
Magari ti poteva staccare la testa in un vero combattimento, ma questo non è un vero combattimento.
Questo è intrattenimento.
Non era un buon pro wrestler.”

Nonostante queste considerazioni, non si può negare l’influenza di Gotch nella storia del Puroresu: certamente lo stile di Pro Wrestling promosso in Giappone (dove Gotch è ancora oggi ricordato come Kamisana, divinità del Pro Wrestling) assomiglia ben poco al Catch Wrestling insegnato da Billy Riley, ma ne è stato profondamente influenzato.
E un’intera generazione di wrestler è cresciuta sotto la sua guida.


Karl Gotch, nella parte finale della sua carriera
Billy Joyce

Billy Joyce (vero nome Bob Robinson) venne considerato da tutti i suo contemporanei come il migliore tra tutti gli allievi di Billy Riley e uno dei più grandi lottatori di tutti i tempi, anche se non raggiunse mai la fama di uomini come Karl Gotch e Billy Robinson.
E, forse, un uomo così timido e riservato come lui avrebbe desiderato fosse così.
Roy Wood racconta su di lui:

“Ricordo che una volta, mentre i wrestler erano fuori insieme a pranzo, uno di loro dichiarò ad alta voce che Bob era un campione.
Bob era terribilmente imbarazzato, non l’aveva mai detto a nessuno.
Era un uomo molto tranquillo.
Uno degli uomini più umili che abbia mai incontrato.”

Il suo stile, anche se incredibilmente tecnico, non veniva sempre ricevuto nel modo migliore dal pubblico e dai giornalisti.
Poco pittoresco e spettacolare, bisognava essere degli autentici intenditori per poterlo apprezzare a pieno.
Come scrisse Eddie Caldwell:

“Molti critici e giornalisti di wrestling lo sottovalutano e lo comparano in modo sfavorevole a maestri passati.
Il suo comportamento non entusiasma il pubblico: è determinato e severo, e prende la lotta con la massima serietà.
Il suo stile è così poco appariscente che la qualità del suo wrestling passa spesso inosservata da tutti, tranne che dagli spettatori più esperti.”


Billy Joyce, impegnato in un match

Nato il 22 Settembre del 1916, come molti altri lottatori inglesi della sua generazione iniziò presto a lavorare in miniera.
Il wrestling fu un modo per tirarsi fuori da un lavoro duro e pericoloso.
Joyce non fu fin da subito un grande wrestler.
Anzi, a detta di Billy Riley, per dodici anni consecutivi fu l’allievo peggiore della palestra.
Poi, un giorno, cambiò all’improvviso qualcosa, come se tutto l’allenamento fatto avesse dato i suoi frutti in una sola notte.
Billy Joyce passò al professionismo nel 1944.
Mentre deteneva il British Heavyweight Title, per un certo periodo ebbe gravi problemi al ginocchio: la sua contrarietà a perdere tempo per un’operazione, e la sua paura che questa avesse successo contribuirono ad aggravare il problema.
Molti lottatori, venuti a sapere del suo problema, lo sfidarono, ma, quando Joyce, finalmente operatosi, dichiarò di accettare tutte le sfide, nessuno si fece vedere.
Joyce non fu solo un wrestler: fu anche l’uomo che Billy Riley utilizzava come “Policeman” per gli show della sua promotion.
Stava a bordo ring, pronto a entrare in azione se qualcosa non andava per il verso giusto.
Anche se amava molto la sua famiglia, e cercava di non allontanarsi mai troppo, nel corso della sua carriera lottò in Svezia, Giappone, Germania, Spagna, Francia e Belgio.
Contrariamente a Riley, era un grande lottatore ma un pessimo insegnante, a causa della sua totale mancanza di pazienza.
Fu protagonista dell’ultimo shoot tenutosi nel Lancashire con le regole del Catch As Catch Can, contro Arthur Belshaw.
Questo incontro è forse anche la sua unica sconfitta subita in uno shoot; fu fatale a Joyce il suo carattere gentile.
Pur essendo il miglior lottatore dei due, non volle rischiare di infortunare l’avversario, eseguendo le sue sottomissioni molto dolcemente e chiedendo a Belshaw di arrendersi.
Belshaw resistette al dolore, per poi piazzare, non appena ne vide l’opportunità, una sottomissione alla caviglia, che danneggiò gravemente la gamba di Joyce.
Bob Joyce si ritirò nel 1976, per poi aprire un pub e, in seguito, un negozio con sua moglie.
Sfortunatamente, sua moglie si ammalò gravemente e morì nel Gennaio del 2000.
Joyce la segui pochi mesi dopo, probabilmente consumato dal dolore.

Ernie Riley

Nato nel 1927 nella locanda White Bear, il figlio di Billy Riley fu circondato da wrester fin dalla più tenera età.
Venivano ad allenarsi a casa sua, o nelle retrobottega del pub o addirittura venivano, come Benny Sherman o Jack McGrath a trovare suo padre dagli Stati Uniti.
Ernie non cominciò a lottare prima dei diciassette anni di età: inizialmente pensava alla lotta come a un hobby, un semplice modo di tenersi in forma, e non pianificava una carriera da professionista.
Ma, a poco a poco, fu contagiato dalla passione per il wrestling: Billy, anche se non l’aveva mai forzato a diventare un lottatore, fu senza dubbio orgoglioso che il figlio seguisse le sue orme.
Tuttavia, lo spinse a seguire lo stesso consiglio che dava a tutti i suoi allievi: imparare un mestiere, in modo da avere una fonte di guadagno anche terminata la carriera.
E così Ernie conseguì il diploma da elettricista prima di dedicarsi a tempo pieno alla lotta.
Inizialmente iniziò a lavorare per la promotion di Dale Martins, poi, un giorno, il suo amico Jackie Dale gli chiese se gli sarebbe piaciuto lottare a Instanbul.
All’epoca, i turchi avevano la reputazione di essere grandi lottatori, e molti wrestler inglesi avevano una certa apprensione all’idea di affrontarli.
Tuttavia, quando chiese consiglio a suo padre si sentì dire:

“Ascolta, vai, non importa se sarai battuto, è l’esperienza che ti deve interessare.”


Ernie Riley

E così, nel 1953, a soli 23 anni di età, Ernie intraprese il suo primo viaggio fuori dall’Inghilterra.
Partito a Ottobre, fece appena in tempo per tornare in Inghilterra per Natale.
Avendo dimostrato di essere popolare, gli venne offerto di lottare in Germania, nel 1954.
Il promoter locale, favorevolmente impressionato dalle sue capacità, gli chiese se conosceva un welterweight; Riley poté così chiamare a lottare con lui il suo grande amico John Foley, che all’epoca era ancora un minatore.
In Germania, Foley e Riley erano trattati quasi come delle star, con hotel, pranzi e viaggi pagati.
Foley, abituato a vivere nella povertà, rimase impressionato e giurò che non sarebbe mai più tornato a lavorare in miniera.
I due fecero ovunque una buona impressione, e presero parte a tornei a Helsinki e a Berlino.
E fu proprio mentre si trovava a Berlino che Ernie venne raggiunto da un telegramma del padre, che gli chiedeva di lottare in India.
L’arrivo in India fu un auentico shock per Ernie, che rimase sconvolto nel vedere un carro che trasportava cadaveri.
Bert Assirati, il celebre wrestler inglese, era anch’esso impegnato in un tour dell’India, e prese Ernie sotto la sua ala protettrice.
Lottò a Calcutta, Bombay e Delhi, senza mai rimanere in un posto per più di un mese.
I viaggi in Turchia, Germania e India furono solo l’inizio di una carriera che lo portò a attraversare quasi tutto il mondo, compresa l’Italia.
Nei primi anni ’50, in Inghilterra, il Light Heavyweight Title, rimase vacante, e Ernie Riley divenne il nuovo campione sconfiggendo Steve Logan
Nel frattempo, il wrestling si stava trasformando in uno show televisivo, e i promoter non volevano che uno dei loro campioni si assentasse per lunghi viaggi all’estero.
Ernie non ricevette molte sfide per il suo titolo nel corso degli anni (una notevole eccezione è Bob Sweeney) e si ritirò imbattuto nel 1966, all’età di 37 anni, imbattuto.
Morì il 25 Ottobre del 2000.

 

Nicola Medici

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