La vita tra Vale Tudo e Pro Wrestling di Masahiko Kimura, il più grande judoka di tutti i tempi

La vita tra Vale Tudo e Pro Wrestling di Masahiko Kimura, il più grande judoka di tutti i tempi

E’ ben noto il disprezzo dei Gracie, la celebre famiglia brasiliana che ha reso celebre nel mondo il Brazilian Ju Jitsu, per il Pro Wrestling, e tuttavia, nel corso della loro storia, incrociarono almeno due uomini che si dedicarono, in circostanze diverse della loro vita, alla disciplina: uno, Mitsuya Maeda, divenne il loro insegnante, dopo avere girato il mondo e essersi confrontato con diversi esponenti del Catch Wrestling, l’altro, Masahiko Kimura, forse il più grande judoka di tutti i tempi, fu forse il primo uomo a infliggere una sconfitta a Helio Gracie.
Kimura, non particolarmente alto, ma dotato di una struttura fisica massiccia e di una forza assai considerevole per la sua corporatura, vinse quattro edizioni dell’All Japan Judo Championship, il torneo più prestigioso del mondo, prima dell’inclusione dell’arte giapponese nei Giochi Olimpici.
Inoltre, fu il primo e unico judoka a vedersi assegnato il quinto dan all’età di diciotto anni, dopo avere sconfitto otto uomini, uno dopo l’altro, alla Kodokan, nel 1935.
In quello stesso anno subì le sue uniche quattro sconfitte; per tutto il resto della sua carriera, che terminerà, nel 1949, con un’ultima vittoria nell’All Japan, condivisa con Takahiko Ishikawa, non verrà mai più battuto.
La vita di Kimura rischiò di terminare prematuramente durante la Seconda Guerra Mondiale, e fu solo un singolare episodio a salvarlo.
L’undici Gennaio del 1942, Kimura si arruolò nell’esercito e, qualche tempo dopo, un maestro di Jukendo (combattimento con la baionetta, un’arte marziale creata esclusivamente per uso militare) visitò la sua unità.
Il maestro chiese un volontario per allenarsi con lui e dare una dimostrazione, ma nessuno osò farsi avanti: tutti i soldati erano consapevoli del fatto che sarebbero stati sconfitti e umiliati.
Alla fine, il Capitano ordinò a Kimura di farsi avanti ad affrontare il maestro.
Masahiko era un grande esperto di Judo e aveva praticato anche Karate e Pugilato, ma non aveva nessuna nozione di combattimento armato, tuttavia elaborò rapidamente una strategia per vincere.
Finse un affondo, poi gettò la spada di legno, con tutta la sua forza, contro il volto del maestro: nel momento in cui questi deviò l’attacco, si abbassò e, dopo avergli afferrato le ginocchia, lo scagliò a terra.
In quella posizione, ora il vantaggio era di Kimura, che emerse in brevissimo tempo come il vincitore.
In seguito, Kimura si offrì come volontario per andare sul campo di battaglia.
Il Capitano lo convocò a un colloquio privato, ringraziandolo per avere sconfitto il maestro di Jukendo, salvando così l’onore della sua unità, per poi rivelargli che la battaglia alle Isole Salomone, a cui Kimura avrebbe dovuto prendere parte, si sarebbe inevitabilmente risolta in un massacro per i giapponesi: il piano d’attacco era spericolato, ai limiti della follia.
Il Capitano chiese a Kimura di riconsiderare la sua decisione, sentendo che sarebbe stato uno spreco gettare via la sua vita e la sua conoscenza del Judo in un simile assalto senza speranza.
Kimura insistette comunque per combattere ma, a questo punto, il Capitano alzò la voce, dicendogli:

“Il mio ordine è l’ordine dell’Imperatore.
Non ti è permesso di andare!”


Masahiko Kimura
A questo punto, Kimura non aveva altra scelta che di ritirarsi: di oltre cinquecento soldati che presero parte all’attacco, solo uno sopravvisse.
Masahiko si sposò il 1 Luglio del 1945, e, in quella stessa notte, 300 B-29 bombardarono a tappeto la sua città.
Svegliato nel cuore della notte, portò sua moglie e la sua famiglia nei campi, dove poté assistere allo spettacolo spaventoso di un’intera città avvolta dalle fiamme.
La fine della guerra fu un grande sollievo, ma coincise con l’inizio di un periodo difficile della sua vita, che lo portò a rompere i rapporti con la Kodokan e con il mondo ufficiale del Judo.
Sua moglie, infatti, si ammalò di tubercolosi, e Kimura, non certo ricco, non poteva permettersi di acquistare i costosi medicinali che le servivano (nel Giappone del dopoguerra, con una forte carenza di cibo e povertà diffusa, la malattia significò la morte per molte persone).
Kimura si era lanciato nell’avventura del Pro Judo, la prima organizzazione professionistica della disciplina (in diretto contrasto, va detto, con gli insegnamenti di Jigoro Kano, che aveva creato il Judo come metodo di educazione fisica e morale, non come mezzo per guadagnare), ma, dopo un forte successo durato alcuni mesi, l’interesse era andato inesorabilmente scemando.
Inoltre, la Takano Construction, sponsor del Pro Judo, incappò in un momento di gravi difficoltà economiche, e i judocka rimasero senza stipendio per due mesi.
Messo di fronte a un bivio dalla malattia della moglie, Kimura abbandonò il Pro Judo; fortunatamente per lui, gli si presentò l’opportunità di intraprendere una nuova e più lucrosa carriera.
Il promoter Earl Karasic lo contattò per proporgli di esordire nel Pro Wrestling, alle Hawaii: Kimura accettò e, grazie al denaro guadagnato, fu in grado acquistare le medicine necessarie a combattere la tubercolosi, salvando la vita di sua moglie.
La fama di Kimura attirò il brasiliano San Paolo Shinbun, un quotidiano giapponese di San Paolo, sede di una folta comunità di immigrati nipponici, che versava in cattive acque e che voleva promuovere eventi di Pro Wrestling per risollevarsi.
Kimura, insieme agli altri judoka Kato e Yamaguchi, arrivò in Brasile, e gli show si rivelarono un successo strepitoso, riempiendo arena dopo arena.
L’arrivo del lottatori giapponesi attirò l’attenzione di Helio Gracie: divenuto celebre per una lunga serie di combattimenti senza regole negli anni ’30, molti dei quali disputati contro Pro Wrestler, Helio era celebre per essere in grado di combattere alla pari con uomini più pesanti di lui di anche cinquanta chili.
La seguente proibizione dei match di Vale Tudo aveva fatto eclissare la sua fama, ma ora gli si presentava una seconda possibilità e non se la lasciò sfuggire.
Il primo a essere sfidato fu Kato: il giapponese riuscì diverse volte a scagliare Helio al tappeto, ma senza effetto, perché la materassina era particolarmente morbida.
Helio poi lo strangolò fino a farlo svenire: quando lasciò la presa, Kato crollò a terra, col volto in avanti.
La sconfitta di Kato ebbe effetti devastanti sulla popolarità del Pro Wrestling: la popolazione giapponese non aveva più fiducia nei suoi eroi, e cominciava a dubitare della loro legittimità.
Quando Helio lanciò una seconda sfida, questa volta a Yamaguchi, fu Kimura a raccoglierla al suo posto.
La sfida ebbe luogo nel 1951, davanti a oltre ventimila spettatori all’Estadio De Maracanà.
Helio fece trovare a Kimura una bara, al suo ingresso, e gli spettatori brasiliani tempestarono il giapponese di uova marce.
Ma Masahiko Kimura non era uomo da farsi spaventare da cose simili: più forte e più giovane dello sfidante, dominò l’incontro dall’inizio alla fine.
Per prima cosa, mise a segno una serie di O Soto Gari, portati con l’intento di provocare una commozione cerebrale a Helio: strategia che fallì, ancora una volta, perché la materassina era molto morbida e alleggeriva notevolmente gli impatti.
Frustrato, Kimura passò a strangolare Helio e poi ad afferrargli il polso e a torcergli il braccio, con la tecnica chiamata Ude Garami o, come verrà ribattezzata, Kimura.
Helio non volle arrendersi, e il giapponese non ebbe altra scelta che quella di spezzargli il braccio.
I giapponesi invasero il ring e portarono Kimura in trionfo.


Helio Gracie

Tornato in Giappone, dopo un breve tour degli Stati Uniti, Kimura fondò la Kokusai Pro Wrestling Association.
Nello stesso periodo, la Japan Pro Wrestling Association fu fondata da Rikidozan, destinato a diventare un autentico eroe popolare giapponese, grazie ai suoi vittoriosi incontri con i lottatori americani che, nel Giappone del dopoguerra, ristorarono il ferito orgoglio nazionale.
I media cominciarono a parlare di un match Rikidozan Vs Kimura e i due lottatori si incontrarono, accordandosi per una serie di incontri.
Il primo sarebbe dovuto terminare in un pareggio, mentre il vincitore del secondo sarebbe stato determinato casualmente: il processo sarebbe poi stato ripetuto anche per gli incontri successivi.
Tuttavia…il 22 Dicembre del 1954, alla Sumo Hall di Tokyo, accadde qualcosa di inaspettato.
I dettagli del match erano stati pianificati in anticipo, con Rikidozan che avrebbe dovuto subire le teniche di Judo di Kimura e questi che, in cambio, avrebbe dovuto ricevere le chop dell’ex lottatore di Sumo.
Tuttavia, come scrisse Kimura nella sua breve autobiografia “My Judo”:

“Rikidozan era ossessionato dall’avidità di denaro e fama.
Perse la testa e divenne un folle.
Quando lo vidi alzare il braccio, allargai le mie braccia per ricevere il chop.
Sferrò il chop, ma non al torace, bensì sul collo.
Crollai a terra, e lui mi calciò.”


Rikidozan
Quella sera, uomini della Yakuza, con cui Kimura era in buoni rapporti, gli telefonarono per informarlo che stavano andando ad uccidere Rikidozan.
Kimura riuscì a dissuaderli, ma non si può escludere che il gesto di Rikidozan abbia creato una prima crepa con l’organizzazione criminale, che, forse, contribuì al suo omicidio nove anni più tardi.

Kimura passò il resto degli anni ’50 praticando Pro Wrestling in giro per il mondo e, occasionalmente, combattendo.
I match di più alto profilo furono i due contro Valdemar Santana, allievo di Helio Gracie e campione di pugilato.
Santana aveva sconfitto il molto più vecchio e leggero Gracie dopo un’estenuante match, durato diverse ore, ma non ebbe analoga fortuna contro Kimura: il primo incontro, nel quale era permesso solo il grappling, fu vinto dal giapponese, ancora una volta con un Ude Garami, il secondo, disputato con le regole del Vale Tudo, terminò in pareggio dopo quaranta minuti di duro combattimento.
Ritiratosi dalle competizioni, negli anni ’60 si dedicò al ruolo di allenatore nella Takoshoku University, dove produsse campioni come Kaneo Iwatsuri e Doug Rogers, medaglia d’argento alle Olimpiadi.

 

 

Nicola Medici

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