NWA Scrapbook #2 Welcome to My Nightmare: la storia di Chris Colt - World of Wrestling

Un’infanzia difficile, uno stile di vita folle e una morte misteriosa: la tragica vicenda di Chris Colt nell’America degli anni ’70..

Nel 1974, la Super Star Championship Wrestling, stava andando forte nello stato di Washington.
Fondata da Dean Silverstone, che, prima di diventare promoter, aveva lavorato per anni vendendo i programmi agli spettatori negli show di Seattle, aveva come main eventer principali Chris Colt e Ron Dupree, che lottavano in tag team con il nome di Hell’s Angels.
La città più importante, per la giovane promotion, era Yakima, dove, ogni mercoledì, settimana dopo settimana, si faceva registrare un tutto esaurito.
E fu proprio a Yakima che, una sera, capitò un grave incidente.
All’epoca, in ogni città lavorava un ispettore, che doveva, per conto della Commissione Atletica dello Stato di Washington, raccogliere il cinque per cento degli incassi di ogni show.
La maggior parte degli ispettori si limitava semplicemente a svolgere il proprio lavoro: arrivava nell’arena, si guardava gratis lo spettacolo, incassava il dovuto e se ne andava.
Alcuni però erano problematici: si inventavano irregolarità inesistenti, sulle quali avrebbero potuto chiudere un occhio in cambio del pagamento di una tangente, o abusavano del loro potere.
Una sera, con il Main Event iniziato da cinque minuti, l’ispettore balzò fuori dal pubblico, e disse di suonare la campanella e interrompere il match, perché entrambi i wrestler stavano lottando fuori dal ring, cosa che violava le regole della Commissione Atletica.
Invano Silverstone cerò di farlo ragionare: l’ispettore fu irremovibile nella sua ottusa decisione.
Dopo aver scongiurato, per uno soffio, una pericolosa rivolta, il promoter fu costretto a rimborsare tutti gli spettatori.
Un avvenimento disastroso per gli affari…e che Silverstone voleva essere sicuro che non potesse ripetersi.
Per fortuna, il suo wrestler di punta, Chris Colt, era l’uomo giusto per risolvere la situazione.
Colt scoprì che l’ispettore si guadagnava da vivere truccando e vestendo i cadaveri in una camera mortuaria, che aveva un debole per le donne e, in particolare, per sua sorella e che era solito ubriacarsi completamente tutte le sere.
Un mercoledì sera, dopo lo show, Colt lo invitò fuori a cena con sua sorella e l’ispettore accettò prontamente.
Nel locale, l’ispettore, come suo solito, bevve e bevve, fino a ubriacarsi.
Alle due di notte, orario di chiusura della locanda, era abbastanza ubriaco per mostrare esplicitamente la sua attrazione per la sorella di Colt…ma non ancora abbastanza ubriaco per quello che il wrestler aveva in mente di fare.
A Yakima non c’era nessun altro locale, e la compagnia non poteva certo recarsi in casa dell’uomo, dove viveva la sua famiglia, così Colt gli propose di continuare la festa nella camera mortuaria: l’ispettore accettò.
Alle quattro, era talmente ubriaco da riuscire a malapena a reggersi in piedi, e disposto a fare qualsiasi cosa che gli avesse chiesto la donna.
A quel punto, il wrestler trasse un profondo respiro e propose all’ispettore di mostrargli alcuni degli “ospiti” della camera mortuaria.
Alla fine, lui e la sorella di Colt si misero nudi e in pose oscene davanti ai cadaveri, con il wrestler che scattò loro innumerevoli fotografie.
Il mercoledì dopo, Colt passò le foto a Silverstone.
Il promoter invitò l’ispettore nel suo ufficio, e gliene mostrò qualcuna; l’ispettore se ne andò e, da quella volta, non si fece più vedere agli show della Super Star Championship Wrestling.

Lanny Poffo, suo compagno di tag team a Detroit, definisce Chris Colt il più grande dei wrestler che non hanno sfondato.
E d’altronde, tutti quelli che hanno lavorato con Colt sono concordi nel ritenerlo capace come pochi altri di generare autentico heat da parte del pubblico.
Altrettando concorde è il giudizio sulle sue capacità come worker: fenomenale e innovativo, molto avanti rispetto ai suoi tempi.
E quello che vale per la sua abilità sul quadrato vale anche per il suo personaggio: in un’epoca dove molti promoter sembravano voler testardamente continuare a proporre un wrestling simile a quello degli anni ’40, Colt si dipingeva il volto e aveva una gimmick moderna da biker.
Moderna era anche la scelta della theme d’ingresso: “Welcome to my nightmare” di Alice Cooper.
E allora, perché Chris Colt non raggiunse il successo, ed è, oggi, sostanzialmente uno sconosciuto?
Si potrebbe rispondere perché era troppo innovativo per la sua epoca, ma, molto probabilmente, la ragione principale fu lui stesso.
Colt non era semplicemente un wrestler con una gimmick “sesso, droga e rock’n roll”, era un uomo che viveva in quel modo, ventiquattr’ore al giorno, tutti i giorni della sua vita.

Chuck Harris, il futuro Chris Colt, nacque nell’Idaho, ma la sua famiglia si trasferì nell’Oregon quando aveva solo cinque anni.
Poco si sa dei suoi primi anni di vita, anche se sembra che la sua fosse una famiglia estremamente problematica, e che dovette assistere, da bambino, a diverse scene di violenza domestica.
Appassionato fanatico di wrestling fin dall’età di otto anni, leggeva riviste di settore durante le ore di scuola.
All’età di diciotto anni, esordì, con il nome di Magnificent Maurice Chevalier, in Massachussets.
Qui, Harris incontrò Ron Dupree (vero nome Russ Grobes), lottatore di dieci anni più vecchio di lui, e battezzato “Golden Boy” da Jack Pfefer, forse come citazione di “Nature Boy” Buddy Rogers, o forse come velata allusione alla sua omosessualità.
A Dupree era stata tolta la licenza di guida quando, anni prima, aveva investito e ucciso una ragazza, e aveva bisogno di qualcuno che lo accompagnasse agli show dove lottava.
Per circa dieci anni, Harris e Dupree rimasero compagni di tag team e amanti: Harris fu uno dei primi omossesuali dichiarati nel business (pare che Dupree fosse stato sposato, prima di conoscere Harris, ma la relazione era stata così terribilmente negativa da spingerlo verso lo stile di vita omosessuale).
La loro non era una relazione alla pari: Colt aveva un carattere dominante e arrivò a rendere completamente succube di lui il compagno.
Nel 1966 e nel 1967 lavorarono in Arizona, come i “Dupree Brothers”.
A metà degli anni ’60, i due contattarono Eddie “The Sheik” Farhat, e lo convinsero a utilizzarli con la gimmick dei California Hell’s Angels.
Il tag team divenne una delle attrazioni principali della Big Time Wrestling, facendo registrare dei tutto esaurito alla Cobo Hall in numerose occasioni.
L’heat nei loro confronti raggiunse dei livelli tali che un rappresentante degli autentici California Hell’s Angels li minacciò di morte se avessero continuato ad utilizzare il nome.
Colt e Dupree dovettero recarsi a San Francisco a conoscere i capi della banda; il loro stile di vita, il loro abbigliamento e il loro linguaggio erano così simili a quelli dei biker che furono presi in simpatia, e fu loro dato il permesso di farsi chiamare Hell’s Angels, senza però menzionare la California.
Sul ring, gli Hell’s Angels erano pronti a eseguire qualsiasi scorretteza pur di vincere: nelle loro mani, qualsiasi oggetto diventava un’arma: una penna, una cintura, una roccia o anche del fango raccolto vicino all’arena che, una sera, fu gettato negli occhi di Firpo Zbyszko.
Fuori dal ring, la loro condotta era altrettanto eterodossa.
Racconta Greg Lake, che lavorò con i due nel Northwest:

“Doveva essere circa mezzanotte.
Senti bussare alla porta del motel.
Ronnie e Chris entrarono camminando e, proprio dietro di loro, c’era un grossa tigre bianca.
Ero mezzo addormentato, e devo avere fatto un salto indietro di due metri.
Loro due hanno semplicemente attraversato la stanza e se ne sono andati.”

Il tag team di Harris e Dupree riscosse successo e titoli in diverse promotion degli Stati Uniti, tuttavia, proprio mentre i due lavoravano per la Super Star Championship Wrestling, Dupree cominciò a manifestare gravi problemi di salute.
Un infarto lo relegò al ruolo di manager dell’ex compagno (che, proprio in quel periodo, assunse il nome di Chris Colt, preso dalla sua rivista di pornografia omosessuale preferita), poi sembrò riprendersi e tornò a lottare sul ring, ma, il 17 Ottobre del 1975, un secondo infarto lo uccise sul colpo mentre annunciava un match.
Aveva solo quaranta anni.
La sua morte sconvolse Chris, e, a detta di alcuni, lo fece discendere ancora di più lungo il tunnel della droga, dove era già avviato da tempo.
Inoltre, la scomparsa di Dupree lo lasciò senza un compagno.
Durante gli spettacoli della Super Star Championship Wrestling, sua sorella, una donna affascinante, anche se dai lineamenti duri, si aggirava tra il pubblico, in cerca di ragazzi tra i diciassette e i venti anni, per poi attaccare bottone con loro.
Questi, probabilmente, credevano di avere avuto un colpo di fortuna nel trovare una bella donna interessata a loro, ma non potevano sapere che la sorella era a caccia per contro di Colt; una volta invitati a casa sua, scoprivano che anche il wrestler faceva parte della festa.
Non sappiamo precisamente cosa succedesse allora, ma è facile immaginare che Chris, uomo noto per avere un carattere incline alle esplosioni di rabbia, non accettasse un no come risposta.
Scrive Dean Silverstone:

“Ho la sensazione che quei ragazzi ottenessero più di quello che avevano chiesto, quando Chris li aveva nel suo appartamento.
Non so che cosa questo dica di me come essere umano, ma sono passato sopra alle cose moralmente orripilanti che fece nella camera mortuaria, e alle cose che lui e sua sorella probabilmente facevano ai giovani che raccoglievano dopo gli show.
Non permisi a nessuna di queste faccende di interferire nelle mie ragioni per bookarlo nella Super Star Championship Wrestling: Chris Colt era la mia attrazione principale, e per due anni non mi fece fare altro che soldi.”

Il sesso non era l’unica dipendenza di Chris Colt.
La droga, l’alcol e la marijuana erano parte integrante del suo stile di vita.
Ingoiava in continuazione pillole, in piena vista dei suoi colleghi…”per prevenzione”, come diceva davanti a tutti.
In realtà, nella maggior parte dei casi non era minimamente consapevole di cosa stesse assumendo: consumava semplicemente qualsiasi droga di cui veniva in possesso.
Una volta, nell’Oregon, rubò (e consumò) al suo collega Mean Mike Miller delle pillole che erano state prescritte dal veterinario per il cane.
A Seattle, prese in prestito l’automobile di un collega, ma dopo avere parcheggiato, si dimenticò dove l’aveva lasciata.
Gli ci vollero più di 72 ore per smaltire l’effetto delle sostanze, per poi ricordarsi dove si trovasse il veicolo.
Nei due anni in cui lavorò per la promotion di Silverstone, e in cui raggiunse il massimo della fama come wrestler singolo, è molto probabile che abbia disputato ben pochi match durante i quali non fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.
Paradossalmente, l’utilizzo delle droghe sembrava migliorare le sue prestazioni sul ring (“non riesco a lavorare seriamente quando sono sobrio”, disse una volta a un collega).
Con una notevole eccezione: nel 1975, a Phoenix, Colt era impegnato in un Cage Match, e cominciò a vedere dei ragni giganti che scalavano le pareti della gabbia durante l’incontro.
Lanciò delle urla e si gettò fuori dal ring, cominciando poi a sferrare pugni all’impazzata tra il pubblico.
Il suo comportamento provocò una rivolta del pubblico grave come poche altre, nel corso della quale diversi wrestler rischiarono seriamente di essere fatti a pezzi dalla folla.
Bill Anderson, che incontrò Colt a Phoenix e più tardi lottò come il suo fittizio fratello Billy Colt ricorda:

“Colt idolatrava Janis Joplin e Joe Cocker.
Janis morì a ventisette anni.
Ero vicino a Chris quando aveva la stessa età, e viveva ogni suo giorno come se fosse l’ultimo, proprio come la Joplin.
E sarebbe stato l’uomo più felice del mondo a morire soffocato dal suo stesso vomito come lei, perché questo era il suo modo di vivere.”

Normalmente, Colt era una persona tranquilla e riservata, ma, quando era sotto l’effetto di stupefacenti (ed era sotto l’effetto di stupefacenti quasi sempre) tendeva ad avere esplosioni improvvise di violenza, fisica e verbale.
Tutti i promoter con in quali lavorò riportano come fosse un’inevitabile routine litigare furiosamente con lui almeno per un’ora prima e dopo ogni spettacolo: il finale del match, l’avversario, la paga…tutto era il pretesto giusto per furibonde scenate.
Anche sul ring sapeva farsi rispettare: Chris Markoff, che amava lavorare eccessivamente stiff, fu picchiato a sangue da Colt.
Ma non sempre le sue aggressioni erano giustificate.
A Richland, nel 1975, Chris Colt e Ron Dupree stavano lottando contro Goldie Rogers e Paddy Rogers, nel Main Event, in un match al meglio delle tre cadute.
Dopo la prima caduta, la situazione sfuggì al controllo.
La prima parte dell’incontro era stata pessima: Colt aveva lottato in un modo leggero, e, quando colpì Goldie alla gola, questi non se ne accorse, non vendendo quindi il colpo.
Poi Goldie eseguì un Dropkick senza valutare correttamente la distanza dei suoi avversari, finendo per cadere goffamente sulla schiena.
All’inizio della seconda ripresa, Rogers, forse innervosito dagli errori precedenti, ne commise un altro, non colpendo correttamente le corde e inciampando in mezzo al quadrato.
Il pubblico non stava venendo coinvolto dal match, e l’arena era completamente silenziosa.
Poi, d’un tratto…Colt esplose.
Entrò sul ring, spaccò il naso di Goldie Rogers con un pugno e lo scagliò giù dalla terza corda.
Lui e Dupree afferrarono Rogers, e lo infilarono a testa in giù in un bidone della spazzatura di metallo, che poi venne preso a calci per tutta l’arena, fino a che non sbatté contro un muro.
Poi, per completare l’opera, lo sollevarono e lo scagliarono fuori da una finestra.
Il povero Rogers se la cavò con un naso fratturato e diversi tagli, ma nell’arena furono proibiti, da allora in poi, gli show di wrestling.

Con tutti i suoi problemi personali, troppo piccolo per gli standard di un campione dell’epoca, e con un corpo che, a causa di uno stile che puntava molto sui bump, si stava un poco alla volta distruggendo, Chris, nella seconda metà degli anni ’70, cominciò a rimbalzare da un Territorio a un altro.
Nei primi anni ’80 lavorò per la All Star Wrestling di Vancouver, poi, nell’86-87, lottò in Alabama, con la gimmick di Chris Von Colt, un tedesco nazista antiamericano.
In breve, dopo un breve e fallimentare stint in Inghilterra, sparì dalla scena che contava e la sua vita imbocco una brusca spirale discendente.
Cominciò a recitare in film pornografici gay e si stabilì a Seattle.
Qualche suo vecchio amico del mondo del wrestling ricevette delle sue visite a sorpresa in quel periodo e rimase sconvolto nel vederlo tramutato in un uomo pallido ed emaciato, l’ombra di quello che era stato un tempo.
E’ molto probabile che Colt morì di AIDS da qualche parte a metà degli anni ’90, ma nessuno è mai riuscito ad avere notizie certe sulla sua scomparsa.
Commenta Ed “Moondog” Moretti:

“Conoscendo Chris, questo gli sarebbe probabilmente piaciuto.
Posso onestamente dire che è stato uno dei più grandi worker che io abbia mai visto.
Non ha mai avuto un’esposizione importante, ma, per quanto riguarda la qualità, lo metto alla pari con Ray Stevens e Pat Patterson…era davvero così bravo.
La politica, la paranoia e il suo essere se stesso l’hanno tenuto lontano dalla gloria e dal denaro, ma non possono tenerlo lontano dalla grandezza.”

 

Nicola

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